Il ciclo non ha ancora toccato il fondo, stabilizzazione in vista

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Nell’ultimo periodo i dati rilevati dalla maggior parte dei sondaggi hanno continuato a peggiorare. Il ciclo non ha ancora toccato il fondo

Il ciclo non ha ancora toccato il fondo, ma si notano anche i primi segnali di un indebolimento dei servizi. Nel complesso l’economia mondiale sta comunque resistendo alla recessione del settore manifatturiero. Se da un lato gli investimenti nei beni strumentali risentono dell’incertezza in molti Paesi, i consumi delle famiglie continuano a beneficiare della creazione dei posti di lavoro (anche se questo trend ha iniziato a rallentare).

Non stupisce che il commercio mondiale rimanga con la bandiera a mezz’asta. La ripresa sarà lenta. Ci vorrà molto più di un accordo apparente tra Cina e gli Stati Uniti per ridurre il livello di incertezza che grava sugli investimenti delle società. Il rapporto tra commercio mondiale e PIL mondiale dovrebbe continuare a scendere entro la fine del 2020.

Nel 2020 la crescita continuerà a rallentare nelle economie sviluppate, soprattutto negli USA e proseguirà anche la frenata dell’economia cinese. Tuttavia, il divario di crescita tra economie emergenti e avanzate dovrebbe ampliarsi a favore delle prime. In un simile contesto crediamo che l‘economia mondiale dovrebbe stabilizzarsi al più tardi entro il primo semestre del 2020.  Ciò nonostante, i rischi di un ribasso continuano a dominare: da un lato c’è il rischio politico, dall’altro c’è il rischio di mercato, un improvviso repricing dei premi al rischio inasprirebbe le condizioni finanziarie e di conseguenza indebolirebbe gli agenti maggiormente indebitati (a partire dalle grandi società).

L’incertezza è destinata a durare. Vale la pena di notare, tuttavia, che l’epicentro del rischio politico si sta spostando lentamente dall’Europa agli Stati Uniti: il governo italiano ha finalmente optato per un programma fiscale misurato e la probabilità di una hard Brexit è tramontata con l’accordo raggiunto il 17 ottobre.  Negli USA, il rumore politico suscitato dalla procedura di impeachment e i sondaggi favorevoli alla senatrice Elisabeth Warren per la nomination democratica stanno invece iniziando ad attirare l’attenzione degli investitori.

In questo contesto, e in assenza di inflazione, le banche centrali continueranno a compiere delle mosse preventive. Per quanto riguarda la BCE, la pubblicazione dei verbali e le posizioni di numerosi governatori delle banche centrali dei Paesi core della zona Euro dimostrano che il dissenso non è mai stato così netto da quando è stata creata la BCE, e ciò riduce la probabilità di ulteriori manovre espansive. La priorità per Christine Lagarde (che entrerà in carica all’inizio di novembre) sarà quella di ricompattare le diverse banche centrali. Per quanto riguarda la Fed, la strategia monetaria sarà opportunistica. Anche in questo caso il dissenso è molto marcato. Nelle ultime settimane, i mercati hanno rivisto nettamente al ribasso le loro aspettative, sia per quanto riguarda la Fed (-60 pb attesi entro la fine del 2020 rispetto ai -125 pb di alcune settimane fa) sia per quanto riguarda la BCE     (-10 pb attesi per la fine del 2020 rispetto ai -40 pb di alcune settimane fa). Le aspettative di mercato sono ora maggiormente in linea con il nostro scenario centrale.

In futuro, le Banche centrali aumenteranno le pressioni sui governi affinché varino delle politiche fiscali espansive che subentrino alla politica monetaria. Molti Paesi emergenti hanno già rilassato le loro politiche fiscali e il loro esempio dovrebbe essere imitato a breve dalle economie avanzate. Nella zona Euro sarà Christine Lagarde che ricorderà ai governi di fare il loro dovere.

L’opinione dello Strategist: i titoli finanziari e i rischi geopolitici richiedono un dollaro forte
Il calo dell’indice ISM manifatturiero USA sotto la soglia dei 50 punti ad agosto e il dato di settembre non hanno influenzato in maniera sensibile il biglietto verde. Storicamente, le brusche flessioni dell’indice ISM manifatturiero sono state associate al vigore del dollaro, non alla sua debolezza. Ciò accade per via dell’influenza che l’economia USA esercita sull’economia mondiale e dello status di valuta rifugio del biglietto verde.

Un debole contesto dell’economia USA ha un impatto negativo sulla crescita mondiale creando ovunque un pessimismo economico che finisce per suscitare un clima di avversione al rischio. Questo contesto, unitamente alla mancanza di alternative reali per gli investitori, è all’origine dell’attuale vigore del dollaro. In Europa, il peggioramento dell’attività economica, il carry negativo rispetto al dollaro USA e le aspettative di un’inflazione depressa inducono a prevedere un euro debole.

Per il resto, il forte livello di ambiguità riguardo ai negoziati commerciali tra USA e Cina eserciterà delle pressioni sul CNY, rafforzando quindi il tasso di cambio effettivo del dollaro. Tale trend riguarderà anche valute come SEK e AUD che sono dipendenti dall’andamento del commercio e che sono già depresse.

Commento a cura di Monica Defend, Global head of research di Amundi.

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