Mercati emergenti: lockdown cinesi e inflazione saranno i fattori chiave

Nel 2022, ad oggi, tutti i principali benchmark azionari hanno registrato perdite abbastanza consistenti, a causa dell’aumento dei tassi d’interesse, del negativo impatto economico dell’invasione russa dell’Ucraina e della continua fragilità economica della Cina per i lockdown delle maggiori città del Paese.
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Nel 2022, ad oggi, tutti i principali benchmark azionari hanno registrato perdite abbastanza consistenti, a causa dell’aumento dei tassi d’interesse, del negativo impatto economico dell’invasione russa dell’Ucraina e della continua fragilità economica della Cina per i lockdown delle maggiori città del Paese. L’azionario dei mercati emergenti ha registrato un andamento sostanzialmente in linea con quello dei mercati sviluppati, in un contesto in cui ci si sarebbe potuti aspettare una sua sottoperformance, essendo stato sostenuto da maggiori flussi di cassa, valute resistenti e valutazioni interessanti.

Russia a parte, la Cina è stata il mercato emergente con la performance più debole, con un calo del 10,7% nel trimestre conclusosi il 31 maggio 2022. Gli altri mercati emergenti hanno registrato una performance migliore, con un calo del 5,7%, grazie ai risultati positivi dei Paesi esportatori di materie prime.

La Cina, la cui economia è messa a dura prova dai lockdown legati alla pandemia, si trova in una posizione difficile. La situazione economica del Paese impone al governo di allentare la politica monetaria e fiscale, in un momento in cui la Fed e le altre principali banche centrali le stanno inasprendo. Di conseguenza, qualsiasi sforzo sul fronte monetario per contrastare l’impatto negativo dei lockdown sulla crescita è limitato dalle preoccupazioni per i deflussi di capitale.

Sono quattro i fattori che probabilmente influenzeranno la performance dell’azionario cinese per il resto dell’anno, tre dei quali sono potenzialmente positivi.

In primo luogo, la Cina sembra essere una minaccia meno immediata alla stabilità geopolitica di quanto molti analisti avessero ipotizzato ad inizio anno, come dimostra lo scarso sostegno all’invasione russa dell’Ucraina. È anche probabile che le pesanti sanzioni occidentali imposte alla Russia abbiano costretto Pechino a riconsiderare il potenziale impatto economico di una risposta simile se la Cina dovesse lanciare l’invasione di Taiwan.

Mercati emergenti: lockdown cinesi e inflazione saranno i fattori chiave
Guido Giammattei RBC GAM mercati emergenti
Guido Giammatei, RBC GAM

A nostro avviso, l’obiettivo cinese di diventare la principale economia del mondo – un aspetto chiave del piano del Presidente Xi per estendere l’influenza geopolitica del Paese – richiede una posizione conciliante. Questo perché il percorso verso la supremazia economica si basa in parte sul mantenimento di un contesto globale non ostile e sull’evitare l’isolamento o le sanzioni che metterebbero a rischio i trasferimenti tecnologici e finanziari necessari per massimizzare l’autosufficienza della Cina nel lungo periodo.

Il secondo fattore di supporto è rappresentato dalle valutazioni. Le stime degli utili cinesi sono state tagliate dagli analisti per 15 mesi consecutivi e l’attuale livello di valutazione delle azioni cinesi in termini di prezzo e valore contabile è il più basso degli ultimi 20 anni rispetto all’indice MSCI World. Molte notizie negative sono state prezzate.

Il terzo fattore di supporto è che la politica fiscale sta diventando più accomodante. Sebbene le autorità cinesi non abbiano lo stesso margine di manovra del recente passato, vi sono segnali che indicano che la spesa pubblica sta avendo un maggiore impatto economico. Storicamente esiste una forte relazione positiva tra la crescita della spesa pubblica (nota come “finanziamento sociale totale”) e la crescita del credito e degli utili.

Il fattore negativo nel breve termine è la ricomparsa dei casi di COVID-19 nel Paese e la strategia del governo per la gestione dei focolai. Dall’inizio della pandemia, l’approccio della Cina è stato quello di “zero COVID”, vale a dire di lockdown draconiani anche a costo di soffocare l’economia. L’attenzione rimane concentrata su Shanghai, una città di 26 milioni di abitanti, dove le autorità hanno iniziato ad allentare le restrizioni poiché i casi sembrano aver raggiunto il picco. È chiaro che il ripetersi di un analogo lockdown in altre città cinesi schiaccerebbe la crescita economica. La Cina dovrà accettare il fatto che il suo vaccino si è rivelato inefficace e che la mancata priorità data agli anziani per le vaccinazioni ha peggiorato quella che poteva essere una situazione più gestibile. Finché i funzionari cinesi manterranno le loro politiche anti-COVID, la crescita sarà ostacolata e i titoli azionari avranno difficoltà a riprendersi, anche se le valutazioni diventeranno più interessanti.

In termini di posizionamento dei nostri fondi, la frase chiave al momento è “potere di determinazione dei prezzi”. Un elemento cruciale da considerare poi, per i mercati emergenti, è l’inflazione, e ancor di più quella alimentare. L’inflazione alimentare è una preoccupazione particolare perché l’Ucraina e la Russia sono i maggiori produttori ed esportatori di grano, orzo e altre materie prime agricole fondamentali. In secondo luogo, la Bielorussia è il più grande produttore di fertilizzanti, i cui prezzi sono saliti alle stelle, poiché le sanzioni frenano l’offerta e i prezzi straordinariamente alti del carburante aumentano i costi di produzione altrove. Molti agricoltori in tutto il mondo non sono in grado di permettersi i fertilizzanti ai prezzi attuali, riducendo la resa dei raccolti. L’Indice dei Prezzi Alimentari della FAO è ora più alto di quanto non fosse nel 2011, all’epoca della Primavera Araba. Stiamo assistendo a instabilità economica e disordini sociali nelle economie emergenti più fragili, come Sri Lanka, Pakistan, Perù ed Egitto. Il passo dai disordini sociali alla rivoluzione politica può essere breve e, se l’offerta non viene ripristinata, potremmo assistere alla comparsa di carestie nei mercati emergenti, dove il cibo rappresenta circa il 35% della spesa dei consumatori, contro il 10% dei Paesi sviluppati.

Dopo un decennio di inflazione quasi nulla, i prossimi 10 anni potrebbero essere caratterizzati da un livello di inflazione più elevato. In questo contesto, è importante posizionarsi in aziende con un forte potere di determinazione dei prezzi. Privilegiamo quindi le aziende con una bassa leva finanziaria, strutture di costo poco esposte ai prezzi delle materie prime, quote di mercato elevate, un numero relativamente basso di immobilizzazioni e prodotti non facilmente sostituibili. Un settore che generalmente tende ad avere potere di determinazione dei prezzi è quello dei beni di consumo. I settori tecnologici sono stati molto deboli e le loro valutazioni stanno diventando più interessanti, per cui potrebbero offrire opportunità di investimento nel corso dell’anno.

A cura di Guido Giammattei, Lead Portfolio Manager, Emerging Markets Equity Team, RBC Global Asset Management

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