Del perché gli ETF restano costantemente al centro della scena

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Dopo aver archiviato il miglior anno di sempre, gli ETF hanno superato anche l’esame Covid-19. Come si svilupperà il mercato? Quali sono i trend più promettenti?

Articolo tratto dal numero di maggio/giugno 2020 di Asset Management.

Nel 2019 l’industria europea degli exchange traded fund ha chiuso il miglior anno solare della sua storia. Allo scorso 31 dicembre, infatti, secondo le stime di Morningstar, il patrimonio gestito era di 923 miliardi di euro, contro i 658 miliardi di fine 2018. Poi è arrivato il coronavirus. Cosa succederà ora? In che modo il comparto degli etf è stato colpito? Ci sarà una perdita di fiducia nelle soluzioni passive o gli etf restano uno strumento ancora valido ed efficiente? Lo abbiamo chiesto alle società di gestione che se ne occupano più direttamente. Ecco la loro analisi e le loro strategie. A causa del Covid-19, spiega Vincenzo Sagone, head of etf, indexing & smart beta business unit di Amundi, «abbiamo osservato un calo generale che ha avuto un impatto sulle asset class più rischiose fin dall’inizio della crisi e che non si è limitato alla gestione passiva. A marzo, il mercato europeo degli etf ha registrato il mese peggiore in termini di deflussi, però già ad aprile i flussi globali in entrata si sono ripresi. Sono stati pari a 59,5 miliardi di euro, con il reddito fisso che ha rappresentato con 30,1 miliardi di euro la maggior parte di questa asset allocation. Questo trend è stato ancora più accentuato negli etf quotati in Europa. Gli afflussi nel reddito fisso sono stati pari a 8,3 miliardi di euro, ovvero maggiori dei flussi netti complessivi pari a 8,1 miliardi di euro, con 7,5 miliardi di euro investiti in etf su obbligazioni societarie. Vale anche la pena notare che l’investimento responsabile è rimasto costantemente in territorio positivo e gli etf azionari che investono in aziende con un punteggio Esg elevato hanno continuato a essere privilegiati durante tutta la crisi, con afflussi che hanno subito più un rallentamento che un calo. In aprile, gli investitori hanno allocato 1 miliardo di euro in questa asset class. Anche l’oro ha svolto il suo ruolo di bene rifugio con il mercato degli etc sull’oro che ha registrato flussi positivi in questo periodo. Bisogna tenere presente che la gestione passiva o gli etf consentono agli investitori di replicare le performance di un determinato mercato, sia che il trend sia rialzista oppure ribassista. Offrono uno strumento per implementare strategie di allocazione diversificate e costruire portafogli in grado di adattarsi ai diversi regimi di mercato».

Secondo Martijn Rozemuller, head of europe di VanEck, l’idea alla base del successo che gli etf hanno conosciuto negli ultimi anni, ovvero quella di comprare direttamente il mercato e risparmiare così sulle commissioni, è ancora valida «E continuerà a esserlo. Per la maggior parte delle asset class, la gestione attiva ha dimostrato di non riuscire a mantenere le proprie promesse su periodi di tempo prolungati. In generale, le commissioni di gestione, i costi di negoziazione e altre tipologie di commissioni più elevate rispetto agli etf sono i principali fattori che hanno contribuito a ciò. L’esposizione al beta è un modo efficiente in termini di costi per raccogliere il premio per il rischio e diversificare il proprio portafoglio».

È d’accordo Sabrina Principi, head of business development etf & index solutions per il sud Europa di Bnp Paribas Asset Management: «I prodotti a gestione passiva, e in particolare gli etf, sono strumenti estremamente efficienti per ottenere un’esposizione rapida, economica e diversificata ai diversi tipi di mercati finanziari. Nel caso di mercati efficienti, dove è più sfidante per i gestori attivi fare meglio degli indici di riferimento, l’esposizione tramite etf ha trovato negli ultimi anni sempre più spazio nei portafogli degli investitori. Non vediamo ragioni valide perché questa tendenza possa cambiare in futuro. È difficile, peraltro, affermare con sicurezza che i mercati sono meno efficienti a causa della forte incertezza ed emotività che sono derivate dalla recente crisi sanitaria. Inoltre, le scelte di investimento attive non sono certo semplici in un contesto di mercato in cui i corsi azionari e obbligazionari si muovono spesso più sulla scia di notizie incerte e imprevedibili (si pensi ai test clinici sui vaccini, per esempio) che sulla base di previsioni tecniche sui fondamentali economici di medio-lungo termine degli emittenti. In questo contesto, la maggiore efficienza operativa a cui danno accesso gli strumenti passivi rimane secondo noi una caratteristica estremamente desiderabile». «Non è la prima volta che gli etf affrontano un periodo di forte stress di mercato», ricorda Vincenzo Saccente, head of sales per i Lyxor Etf in Italia, «e, ancora una volta, hanno dimostrato di essere strumenti liquidi anche durante le fasi turbolente, svolgendo pienamente il loro ruolo e permettendo agli investitori di modificare l’esposizione del loro portafoglio in modo rapido, semplice ed economico. La popolarità degli etf è destinata a proseguire, trainata dall’attenzione crescente e trasversale da parte di tutte le categorie di investitori, dagli istituzionali ai retail, e da un’offerta di etf sempre più ampia e diversificata».

«La crisi sanitaria ha certamente avuto ripercussioni sui mercati», dice Giancarlo Sandrin, country head Italy di Legal & General Investment Management (Lgim). «Però va notato che gli etf tematici hanno mostrato buona resilienza e drawdown contenuti su più temi come la sicurezza informatica, la tecnologia legata al settore healthcare, le innovazioni farmaceutiche e l’e-commerce rispetto a benchmark azionari come l’indice Msci World. Complessivamente, per quanto ci riguarda, sette dei nostri otto etf tematici hanno sovraperformato l’Msci World nel primo trimestre 2020. La crisi potrebbe persino aver dato un’accelerazione ad alcuni cambiamenti strutturali che gli etf tematici puntano a intercettare».

Franco Rossetti, ricorda come il 2019 sia stato un anno record senza precedenti anche per Invesco, di cui è senior etf relationship manager: «Abbiamo raccolto oltre 12 miliardi di dollari in Europa, arrivando a gestirne circa 46 miliardi. Risultato ottenuto grazie a una strategia vincente sia in termini di prodotti sia in termini commerciali. Il reddito fisso è stato di sicuro il segmento più interessante e più vivace l’anno scorso, trend confermato anche per il 2020. Fra le ragioni di questo successo, le principali sono la trasparenza, l’accessibilità e i costi contenuti». E la liquidità non è più un grosso problema, aggiunge Rossetti, «perché il mercato è veramente esteso. E perché diversi soggetti intervengono a rendere il mercato liquido. Soggetti come i market maker, i liquidity provider e gli authorized participants forniscono liquidità al mercato creando o riscattando azioni dell’etf a seconda dei bisogni della domanda e dell’offerta. Sono strumenti passivi perciò dipende dall’indice sottostante replicato e dalla metodologia applicata. Per ogni fase del mercato possiamo trovare l’etf perfetto per ottenere il massimo in termini di performance e costi».

«Gli etf», aggiunge Luca Giorgi, head of sales wealth Italy di BlackRock, «sono sempre stati identificati come strumenti a basso costo, in realtà oltre al fattore economico si caratterizzano per una serie di altri vantaggi quali, ad esempio, la capacità di far assumere esposizioni a intere asset class tramite una singola quota, aggiungendo diversificazione al portafoglio, liquidita ed efficienza, risultando spesso più semplici da scambiare del sottostante e assumendo addirittura una funzione di price-discovery, soprattutto in fasi di mercato come quelle recenti».

GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA
«L’arrivo dell’attuale pandemia, totalmente inaspettata», sottolinea Principi, «ha causato bruschi movimenti di ETFmercato dettati dall’unicità del momento, e ha trascinato fortemente al ribasso tutti i mercati, e gli asset investiti in etf non sono stati certo risparmiati. Durante il mese di marzo abbiamo assistito a pesanti vendite e nella sola Europa i deflussi in ambito etf equity e fixed income hanno raggiunto complessivamente più di 25 miliardi di euro (fonte Bloomberg). Nonostante la criticità del momento gli etf hanno superato l’esame rispettando il loro mandato: gli scambi sul mercato secondario hanno raggiunto nuovi massimi e gli etf hanno consentito agli investitori di perfezionare transazioni in tempo reale in un contesto senza precedenti». «In generale il settore degli etf non è stato colpito in maniera significativa», conferma Rozemuller: «La negoziazione non ha mai registrato intoppi e la fiducia è rimasta inalterata. Gli etf, in quanto veicolo, hanno continuato a funzionare anche durante le fasi di maggior sconvolgimento del mercato e non hanno mostrato alcun segnale di preoccupazione. Anzi, la realtà sembra addirittura essere l’opposto. La Banca d’Inghilterra ha di recente pubblicato un rapporto in cui spiega come durante le turbolenze del mercato di marzo gli etf obbligazionari abbiano incorporato le informazioni più velocemente dei loro sottostanti. Una situazione simile si è verificata durante la crisi dell’euro: quando la Borsa di Atene rimase chiusa per più giorni, un etf basato su azioni greche quotate ad Atene aveva continuato a scambiare, continuando quindi a fornire agli investitori informazioni relative ai prezzi»

GESTIONE ATTIVA O PASSIVA?
La quantità di denaro investita in prodotti passivi è cresciuta enormemente negli ultimi anni, e la gestione attiva ha subito un contraccolpo. Alla luce di quanto si sta vivendo in questo periodo, continuerà il trend positivo degliETF etf oppure si ritornerà ad investire di più nei prodotti a gestione attiva? «A nostro avviso», taglia corto la manager di Bnp Paribas Am, «il dibattito attivo verso passivo è un dibattito sterile, ogni scelta d’investimento dovrebbe essere presa in maniera consapevole e ragionata dal cliente e può essere poi declinata con strumenti che replicano un indice oppure no. Sicuramente la possibilità offerta dagli etf di esprimere le più svariate strategie d’investimento, a prezzi contenuti, garantisce a questi prodotti una forte competitività». «In Europa», rimarca Rozemuller, «il mercato degli etf rappresenta ancora solo il 10% circa del mercato complessivo dei fondi, mentre negli Usa è una percentuale doppia. In entrambe le regioni, gli etf guadagnano costantemente quote di mercato, anno dopo anno. Grazie ai loro vantaggi generali in termini di performance, costi e liquidità, prevediamo che il loro percorso di ascesa continuerà per molti anni. Non dobbiamo dimenticare che la crescita degli etf ha subito un’accelerazione dopo il crollo del mercato del 2008, poiché gli investitori hanno rivalutato i propri portafogli e si sono confrontati con molti gestori attivi che non hanno mantenuto le promesse. Quindi, plausibilmente, assisteremo a un esito simile anche dopo questa crisi». Gli etf, ricorda Rossetti, «si sono diffusi in un periodo caratterizzato da una notevole liquidità sul mercato, e finora, non avendo avuto diverso riscontro, può dirsi che abbiano funzionato in maniera ottimale. Nell’attuale contesto di volatilità si potrà effettivamente valutare il loro comportamento. Sono utilizzati prevalentemente nell’asset allocation tattica, comodi in modo particolare per prendere esposizione a indici con un numero elevato di emittenti e in diverse valute. Gli etf obbligazionari possono essere usati, sempre con scopo tattico, anche nel caso di asset class meno efficienti come high yield o mercati emergenti, è importante ricordare di utilizzare prodotti passivi come complemento all’asset allocation strategica del reddito fisso, che deve basarsi sull’analisi degli emittenti e dei singoli titoli». Il trend positivo degli etf, secondo Saccente, «è destinato a durare, rendendo l’industria del risparmio gestito sempre più competitiva e votata a un’efficienza che andrà a favore degli investitori. Al contempo, gli etf non sostituiranno i migliori gestori attivi. Gestione attiva e passiva hanno infatti un ruolo distinto da svolgere nella costruzione del portafoglio di investimenti: sono approcci complementari che possono influenzarsi ETFpositivamente a vicenda. L’industria è competitiva e affollata, e per avere successo occorre mettere in campo contemporaneamente la solidità di una lunga expertise e la mentalità di una start-up sempre pronta a cogliere l’innovazione e a reinventarsi. Occorre saper comprendere le esigenze degli investitori in continuo cambiamento, e tramutare queste ultime in strumenti innovativi, trasparenti e a costi contenuti, il tutto in maniera tempestiva». «Gli etf», rimarca Sagone, «sono utilizzati come mattoncini di asset allocation e consentono agli investitori di ottenere un’esposizione semplice e trasparente a un’ampia gamma di asset class e aree geografiche e di adattarsi rapidamente ai diversi regimi di mercato. Il calo generale dei mercati (beta) offre ai manager attivi la possibilità di esporsi nuovamente tramite gli etf, sfruttando allo stesso tempo le opportunità di stock picking all’interno delle immense distorsioni che caratterizzano la crisi, offrendo dunque un ampio campo d’azione per i gestori attivi». Anche per Sandrin «il settore continuerà a crescere e a nostro avviso in Europa raddoppierà in termini di dimensioni durante i prossimi 5 anni, sostenuto da fattori come aspetti normativi, innovazioni a livello di prodotto, concorrenza nelle fee e adozione della tecnologia per citarne alcuni. In generale, gli etf azionari restano predominanti in Europa in termini di masse gestite, ma anche quelli sul reddito fisso sembrano prendere sempre più slancio. Ci aspettiamo anche una continua adozione degli investimenti tematici».

I TREND PIÙ INTERESSANTI
«Il mondo sta cambiando rapidamente», sottolinea l’head of sales per i Lyxor Etf in Italia, «e l’attuale pandemia ha portato in evidenza molti di questi cambiamenti: l’economia digitale sempre più rilevante a causa dell’home working; le questioni relative alla salute che spingono a discutere sul futuro della mobilità; e le domande sulla ETFmisura in cui le smart city potrebbero combattere la diffusione delle malattie. Abbiamo di recente quotato su Borsa Italiana una gamma di 5 etf tematici che permettono di accedere in maniera unica ai temi di investimento e ai megatrend che stanno rimodellando il mondo: la crescita della digital economy e della disruptive technology, il cambiamento urbano con la future mobility e le smart city e le abitudini di consumo dei millennial. Combinando i tre principi di indicizzazione trasparente, data science all’avanguardia e apporto dell’expertise umana circa lo sviluppo delle tendenze, questi etf combinano il meglio dell’approccio passivo che li caratterizzano con un approccio più attivo per fornire agli investitori un accesso liquido, efficiente e a costi contenuti ai temi d’investimento che alimentano l’evoluzione del mondo in cui viviamo». «Sicuramente un’area dalle grandi prospettive», dice il country head Italy di Lgim, «è quella degli investimenti tematici. Noi siamo stati pionieri in questo ambito: la nostra gamma sulle disruptive technologies è nata nel 2014 con l’etf sulla robotica. Siamo stati primi tra i gestori cosiddetti passivi, ma anche rispetto a molti gestori attivi. Insieme a questo, pensiamo a un tema come la sicurezza informatica, che sarà sempre più importante alla luce della digitalizzazione dei nostri stili di vita e modalità di lavoro portata dalla pandemia. Secondo una ricerca del Politecnico di Milano relativa al 2019, il mercato della sicurezza informatica vale circa 1,3 miliardi di euro annui e oltre la metà delle imprese italiane non ha protezioni adeguate. Ma si può citare anche la tecnologia dell’acqua, una risorsa che a causa dei cambiamenti climatici sarà sempre meno disponibile a livello globale». «A livello societario», spiega l’head of Europe di VanEck, «siamo sempre alla ricerca di trend di investimento e non di mode che tendono a svanire dopo pochi mesi o anni. In quest’ottica, abbiamo identificato il trend relativo agli esports e al video gaming e nel 2019 abbiamo conseguentemente emesso un etf Ucits che finora ha avuto ottimi riscontri. L’industria dei videogiochi ha messo a segno una solida crescita secolare per diversi decenni, una crescita ulteriormente accelerata dalla recente crisi pandemica, poiché la gente ha più tempo per giocare ai videogiochi da casa o seguire eventi sportivi in streaming.

SMART BETA O TRADIZIONALI?
Quali preferire? I prodotti smart beta, riassume l’head of sales wealth Italy di BlackRock, «sono costruiti per assumere esposizioni a specifici fattori di stile, che servono a catturare driver di rendimento persistenti nelle diverse fasi di mercato: minimum volatility, size, momentum, quality e value. Ad esempio, minimum volatility e quality sono fattori molto resilienti in grado offrire protezione all’investitore e sovraperformare il mercato tradizionale in contesti volatili e di rallentamento». Gli etf smart beta e factor investing, spiega Sagone di Amnundi, «rispondono a una filosofia d’investimento che punta a gestire il rischio e a generare una performance più robusta nel lungo periodo. I rischi però sono multidimensionali ed evolvono nel tempo. Uno dei punti di attenzione principali nella costruzione di un buon portafoglio consiste nell’evitare di accumulare rischi tra loro simili. Combinando etf su diversi fattori, e quindi azioni che hanno un comportamento complementare nel corso delle diverse fasi del mercato, si rafforza la diversificazione del portafoglio, in particolare rispetto agli indici ponderati in base alla capitalizzazione». «Dato che gli etf tradizionali sono disegnati per replicare indici che catturano la capitalizzazione di mercato mentre gli etf smart beta sono disegnati per sfruttare l’esposizione a differenti fattori», per Principi, «ne consegue che il peso delle diverse componenti è calibrato su indicatori differenti dalla semplice market cap. Non abbiamo una preferenza per alcuna strategia, quello che però abbiamo notato attraverso diversi back test è che inserire esposizioni smart beta all’interno del portafoglio contribuisce a migliorarne il profilo rischio/rendimento nel medio lungo termine». Anche a VanEck non hanno una preferenza per l’uno o l’altro: «Forniamo all’investitore gli strumenti necessari per costruire un portafoglio che si adatti alle proprie esigenze. Quali etf l’investitore utilizzi è a sua discrezione sulla base dei modelli e delle ipotesi di costruzione del portafoglio. Il nostro etf Moat mostra che sono possibili più modalità innovative per creare un indice al di là delle definizioni di smart beta e dumb beta». Secondo Rossetti di Invesco, «le variabili da tenere in considerazione variano da prodotto a prodotto. Ci sono etf smart beta che per esempio puntano su una strategia “equal weight” ossia cercano di ribilanciare i pesi dei titoli in un indice favorendo le small cap rispetto alle società a capitalizzazione maggiore (gli indici sono in genere costruiti dando un peso maggiore ai titoli che capitalizzano di più). Ci sono poi etf che puntano a ridurre il profilo di rischio prediligendo i titoli a volatilità minore e altri etf che invece mettono in evidenzia nella costruzione del proprio benchmark le società con fondamentali più solidi (per esempio con un basso rapporto prezzo/utili o con buoni multipli su vendite, indicatori di redditività o flussi di cassa). Altri etf privilegiano le aziende che distribuiscono in proporzione dividendi più ricchi (strategie dividend weighted), altri ancora la tendenza alla crescita o gli investimenti in private equity o asset di altra natura. La gamma delle opzioni e dei fattori è dunque molto elevata e, ovviamente, ogni strategia implica dei rischi, quindi una gestione dinamica rispetto al mercato sottostante può portare a un guadagno maggiore o anche a una perdita maggiore, per cui i rischi che l’investitore assume saranno sempre da soppesare con cura. Oltretutto, essendo prodotti indubbiamente più complessi degli etf tradizionali, gli smart beta richiedono delle analisi più accurate».

IL FATTORE ESG
Si sente parlare sempre più spesso di Esg, quale fattore determinante nella costruzione di un prodotto di investimento. Vale anche per gli etf? Ci sono davvero evidenze di migliori performance dei prodotti che li adottano o se ne potranno vedere in futuro? «Vediamo reale valore nella sostenibilità», dice Giorgi di BlackRock, «sia in campo attivo che indicizzato. «Anche in quest’ultima crisi finanziaria gli strumenti Esg si sono dimostrati particolarmente resilienti, apportando benefici sia dal punto di vista sociale che di performance. In questo ambito, la gamma di iShares è estremamente articolata, con tre diversi livelli in termini di sostenibilità: screened, enhanced e Sri, che è il comparto che incorpora in misura più stringente i criteri Esg». «L’investimento Esg», rimarcano da Amundi, «sta evolvendo molto rapidamente, in Europa e all’estero. L’importanza di tenere conto dei fattori ambientali, sociali e di governance nelle decisioni di investimento è diventata ancor più forte con il coronavirus. Una recente ricerca di Amundi ha sottolineato che l’integrazione Esg è stata un driver di alpha dal 2014 e più recentemente ha evidenziato la resilienza di questi prodotti durante la crisi». Anche secondo Saccente «è indubbio che gli investimenti Esg saranno uno dei principali driver di crescita dell’industria degli etf nel corso dei prossimi anni, e i flussi positivi dei primi quattro mesi del 2020 sono già un primo segnale forte che mostra la forza di questo trend e la sua resilienza durante le turbolenze del mercato. Più di dieci anni fa Lyxor ha deciso di porre gli investimenti Esg al centro della propria strategia d’investimento. Sono tre i pilastri sui quali poggia il nostro approccio. Innanzitutto, le partnership di spessore con società leader nella ricerca e promozione degli investimenti responsabili, applicando standard di selezione rigorosi nella ricerca del partner. I nostri etf sono costruiti sulla base delle indicazioni di esperti quali ad esempio Msci, RobecoSam, Climate Bonds Initiative ed Equileap. Innovazione richiede però anche studio. Così, la Lyxor Dauphine Research Academy (istituita per approfondire temi di attualità avvalendosi di ricercatori universitari) ha di recente contribuito a sfatare un mito, ancora molto diffuso, secondo il quale investire applicando i criteri Esg comporti sacrificare la performance. Il secondo pilastro riguarda le nostre competenze in ambito Esg. A fine marzo abbiamo quotato la prima gamma di etf per contrastare i cambiamenti climatici in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione previsti dall’Accordo di Parigi del 2015. Il terzo pilastro riguarda la nostra gestione degli investimenti. Lyxor ETF esercita in maniera rigorosa i propri diritti di voto, contribuendo a migliorare la performance e il comportamento delle imprese in cui investe per i clienti. Il nostro scopo è incoraggiare pratiche d’investimento sostenibili e cercare di impedire che le aziende commettano errori di governance che potrebbero penalizzarle. La politica di coinvolgimento degli azionisti di Lyxor viene rivista ogni anno e le relazioni e le politiche in materia di voto sono disponibili sul sito web di Lyxor. Nel 2019 Lyxor Etf ha incontrato 41 società, analizzato 2.637 proposte e votato a 208 assemblee generali. Esercitando rigorosamente i propri diritti di voto, chi investe in etf può agire in questo modo come un vero e proprio azionista attivo». Anche il gruppo Bnp Paribas, dice Principi, «ha sempre creduto in questo tema e la nostra società di gestione possiede un team molto strutturato dedicato agli investimenti sostenibili. Proprio per questo ci assumiamo l’impegno, verso i nostri clienti, di porre la sostenibilità al cuore della nostra strategia. Questa missione investe chiaramente tutti gli ambiti dell’azienda e pertanto viene anche declinata sulla nostra offerta passiva attraverso etf e fondi indicizzati Esg. Ci sono diverse evidenze della bontà di queste esposizioni. Le forti turbolenze registrate nella seconda parte del primo trimestre del 2020 sono state, per esempio, un difficile banco di prova e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’ingrediente della sostenibilità ha donato resilienza agli strumenti che adottano tale approccio, evidenziando in media sovra-performance consistenti rispetto agli indici tradizionali. La qualità intrinseca delle scelte Sri/Esg ha confermato, più che mai in questo periodo così tragico, di essere particolarmente premianti. Noi ne eravamo e ne siamo tutt’ora convinti». «I clienti in misura crescente chiedono prodotti con caratteristiche Esg», conferma Sandrin di Lgim, «ma non è solo una questione, per così dire, di “etichetta”: assai più che in passato, vogliono capire come il gestore si renda veramente sostenibile e interagisca con le aziende in cui investe, per spingerle ad adottare linee di condotta sostenibili». «È dal 2013 che offriamo un etf sostenibile», ricorda Rozemuller, «uno dei primi in questo segmento, che si basa su una lista di esclusione estremamente ampia. Mentre molti etf Esg escludono solo fattori standard come le armi, il tabacco o l’alcol, noi escludiamo anche fattori legati alla tutela degli animali, alle sostanze chimiche e ai principi del Global compact delle Nazioni Unite. Attualmente non abbiamo visto alcuna prova di un “greenium”, un premio per aver investito secondo i criteri Esg. Spinti dalla nuova normativa europea ci aspettiamo che sempre più investitori filtrino i loro investimenti ricorrendo a un approccio Esg».

LA CONCORRENZA SI GIOCA SUL PREZZO?
Diciamolo, uno dei grandi pregi degli etf è sicuramente rappresentato da costi più bassi. Sarà ancora su questo aspetto che si giocherà il successo degli etf o c’è di più? «Gli etf», premette Giorgi, «sono sempre stati identificati come strumenti a basso costo, ma in realtà oltre al fattore economico si caratterizzano per una serie di altri vantaggi quali, ad esempio, la capacità di far assumere esposizioni a intere asset class tramite una singola quota, aggiungendo diversificazione al portafoglio, la liquidita e l’efficienza , risultando spesso più semplici da scambiare del sottostante e assumendo addirittura una funzione di “price-discovery”, soprattutto in fasi di mercato come quelle recenti». Anche per Sagone, «uno dei principali vantaggi per gli investitori è sicuramente la natura low cost degli etf, ma altrettanto importante è la semplicità della replica degli indici e la trasparenza delle transazioni di acquisto e di vendita in borsa. In quanto prodotti low cost, sono particolarmente adatti a questo contesto di bassi rendimenti in cui ogni punto base conta. Si adattano inoltre bene all’attuale contesto normativo in cui è stata introdotta Mifid 2 per migliorare la protezione degli investitori e la trasparenza dei costi. Il risultato è che sia gli investitori professionali sia quelli retail sono sempre più consapevoli dell’importanza delle commissioni e ora sono attivamente alla ricerca di modi per ridurre il costo dei loro investimenti». È vero: «Il cliente finale oggi cerca la soluzione più efficiente al prezzo più basso», dice Rossetti. «Ma va chiarito che i costi sono bassi sui prodotti semplici di pura replica passiva, mentre con etf ad alto valore aggiunto i prezzi sono mediamente più alti. Un esempio è il nostro AT1 Capital Bond che mira a replicare il mercato dei subordinati bancari europei, asset class complessa da replicare, dove il Ter di 39 basis point, è necessario per rendere realizzabile l’etf».

Articolo a cura di Margherita Abbate Daga

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