Come sarà possibile gestire l’impatto del cambiamento climatico?

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Gli effetti del cambiamento climatico sulle asset class sono notoriamente difficili da valutare alla luce dei numerosi fattori in gioco

Il cambiamento climatico non è una novità. La possibilità di un legame tra le emissioni di CO2 e il riscaldamento globale era stata ventilata già nel 1896 dallo scienziato svedese Svante Arrhenius. La rilevazione dei livelli di CO2 nell’atmosfera è iniziata nel 1958 a opera di Charles David Keeling e ha posto le fondamenta per ricerche scientifiche fondamentali che hanno accertato la relazione tra il rialzo delle temperature a livello mondiale e la concentrazione di gas serra. Tuttavia, solo ora molti investitori si rendono conto delle potenziali conseguenze dei mutamenti climatici.

L’impatto di tali cambiamenti è già in parte percepibile. La temperatura media globale è già aumentata di circa 1°C rispetto ai livelli pre Rivoluzione industriale, i modelli delle precipitazioni si modificano e si assiste all’acidificazione degli oceani. Inoltre, gli eventi climatici estremi sono sempre più frequenti e distruttivi. In ogni caso, quanto accaduto sinora potrebbe rivelarsi ben poca cosa rispetto a quel che ci attende se le emissioni di gas serra manterranno la traiettoria attuale. Per far fronte a questo gravissimo problema sono state varate diverse iniziative. Con la firma dell’Accordo di Parigi nel 2015 i Paesi si sono impegnati a contenere il rialzo della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e a fare il possibile per limitare l’incremento a 1,5°C. In base al Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC], in presenza di una probabilità di raggiungere tale obiettivo pari al 66%, il bilancio di carbonio residuo [carbon budget]ammonterebbe a 420 GtCO2, corrispondenti a circa 10 anni di emissioni ai ritmi attuali.

Interventi rapidi per combattere il cambiamento climatico potrebbero mitigarne l’impatto, ma dipendono dalla volontà e dalla capacità di agire della collettività, che a loro volta dipendono da una miriade di fattori politici, economici e sociali, pertanto è impossibile formulare previsioni precise sui futuri sviluppi economici e ambientali. Ciò nonostante esistono degli scenari schematici basati sulle possibili evoluzioni ipotizzate dagli scienziati.

Dagli anni ’80 lo sviluppo di modelli di valutazione integrati [Integrated Assessment Models, IAM] che combinano i risultati di studi in ambiti quali fisica, biologia, economia e scienze sociali ha contribuito in maniera determinante alla quantificazione del potenziale impatto del cambiamento climatico e a decisioni informate da parte delle autorità. Tuttavia, come emerge dai lavori di W. Nordhaus e N. Stern, tali simulazioni hanno portato a conclusioni molto diverse. Ad esempio, le perdite stimate in termini di produzione economica annua in caso di rialzo delle temperature globali di 3°C si attestano al 2% nel caso di Nordhaus e al 14% nel caso di Stern. E mentre quest’ultimo rimarcava la necessità di interventi decisi già nel 2006, il primo, che adotta una prospettiva di “percorso ottimale” giunge a conclusioni meno drastiche.

In ogni caso gli economisti concordano sul fatto che le emissioni di gas serra rappresentino un’esternalità (comportano un costo per la collettività che gli emittenti non sostengono) che i mercati non sono sinora riusciti a internalizzare. Pertanto, l’attribuzione di un prezzo al carbonio non è solo vista come una necessità, ma in generale è anche considerata la via ottimale per passare a un’economia a basse emissioni di carbonio. Tuttavia, il prezzo a cui dovrebbero essere tassate le emissioni di carbonio è ancora oggetto di un acceso dibattito (le stime vanno da USD40 a diverse centinaia di USD per tonnellata). Ovviamente i governi rivestono un ruolo fondamentale nella destinazione degli investimenti e nella promozione di determinate condotte tramite l’erogazione di incentivi adeguati (sussidi, tassonomia, ecc.).

Considerazioni per gli investimenti
Gli effetti del cambiamento climatico sulle asset class sono notoriamente difficili da valutare alla luce dei numerosi fattori in gioco. Ad esempio, la scelta di combattere il cambiamento climatico tramite l’innovazione oppure tramite una “decrescita” avrebbe ripercussioni estremamente diverse sul futuro dell’economia. Pertanto, optiamo per un approccio basato su scenari che considera molteplici variabili al fine di individuare tutti i potenziali rischi e opportunità. È possibile determinare i principali trend grazie all’analisi degli specifici driver di ciascuna asset class e dei meccanismi di trasmissione dalle variabili economiche (p.e. crescita reale, inflazione e tassi di interesse) ai prezzi degli asset. Dato che l’impatto concreto dei mutamenti climatici è sempre più evidente e la consapevolezza degli investitori circa i costi della transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio è in aumento, potrebbero emergere differenze sostanziali (p.e. in termini di costo del capitale) tra gli asset resilienti sotto il profilo climatico e il resto del mercato. Non dobbiamo guardare al cambiamento climatico solo in termini di rischio. Come dimostrato dalla crisi da Covid-19, anche da gravi pandemie possono nascere delle opportunità.

A essere favorite saranno probabilmente le società che offrono soluzioni innovative ai mutamenti climatici – oppure quelle che mostrano una forte resilienza a tali cambiamenti – sia in termini relativi che assoluti. Anche le innovazioni in ambito finanziario, come i green bond, faciliteranno l’indirizzamento dei capitali verso progetti positivi per il clima. Le banche centrali, preoccupate dalle possibili conseguenze del cambiamento climatico per la stabilità finanziaria, sono sempre più propense a integrare valutazioni di carattere ecologico nel loro processo decisionale. Potremmo quindi assistere all’adozione di politiche di tassi estremamente bassi volte a creare le condizioni adatte a consistenti investimenti a lungo termine da parte di enti pubblici e privati. Di conseguenza, è plausibile un’erosione dei rendimenti degli strumenti a reddito fisso. Il cambiamento climatico non può più essere trascurato dai detentori di asset che hanno a disposizione un’ampia gamma di opzioni. Alcuni potrebbero scegliere di evitare le società più inquinanti mentre altri potrebbero cercare di influenzare le strategie aziendali tramite l’azionariato attivo. L’importante è che oggi tutti, indipendentemente dalla loro posizione, hanno l’opportunità di dare un contributo.

Commento a cura di Christophe Donay, Head of Asset Allocation & Macro Research di Pictet Wealth Management

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