La crisi Covid-19 e lo stress esercitato sui mercati emergenti

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Quello che sembrava l’inizio di una fase prolungata di robuste performance economiche dei mercati emergenti è stata duramente colpita dal Covid

La crisi del Covid-19 ha trasformato quello che avrebbe potuto essere l’inizio di una fase prolungata di robuste performance economiche nei Paesi emergenti in un’era di incertezza con profonde conseguenze che quasi sicuramente metteranno a dura prova tutte le economie su scala mondiale, ivi compresi i mercati emergenti (ME) per i prossimi anni.

Prospettive per i mercati emergenti
Riteniamo che la nostra storica convinzione sul fatto che la Cina sia il cuore pulsante dei ME continui a rivelarsi corretta. A nostro parere, il contributo a lungo termine della Cina alla crescita globale potrebbe diventare ancora più evidente in seguito alla pandemia. Riteniamo che, nei prossimi anni, potrebbe rappresentare il 50% circa della crescita globale. Anche altre economie asiatiche, a nostro avviso, tengono bene – in particolare Taiwan, Corea del Sud e Asia sudorientale.

Per contro, a nostro parere è probabile che, a causa della pandemia, possano emergere le fragilità dell’India, a causa degli stress che la crescita strutturale potrebbe subire, con anche le banche ben gestite del settore privato potenzialmente esposte a un’ondata di crediti deteriorati (NPL).

Russia a parte, riteniamo che ci sia poco da essere ottimisti sui Paesi emergenti al di fuori dell’Asia. Le maggiori economie di America Latina e Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA) – ossia, Brasile, Messico, Arabia Saudita, Turchia e Sudafrica – devono far fronte a una serie di criticità, dal debito esterno ai deficit non sostenibili allo stress circa la qualità degli asset, solo per citarne alcune.

Aspetti fiscali. Sembra che gli equilibri fiscali siano stati fortemente scossi sia dagli sforzi necessari per far fronte alla crisi pandemica sia dal conseguente crollo della crescita e dell’occupazione su scala globale. Tuttavia, siamo maggiormente preoccupati per gli squilibri strutturali piuttosto che per lo shock ciclico imprevisto della pandemia. Da ciò possiamo iniziare a distinguere le economie che riteniamo possano gestire efficacemente la crisi rispetto a quelle che possono subire danni più prolungati.

A nostro parere, i paesi forti sono individuabili abbastanza facilmente e si trovano quasi tutti in Asia: Taiwan, Corea del Sud, Thailandia, Indonesia e Filippine. Crediamo che anche la Cina, naturalmente, faccia parte del gruppo. La sua capacità fiscale appare sostenibile, considerata l’enorme proprietà pubblica di ampi segmenti di asset industriali, finanziari e fisici. Siamo comunque consapevoli degli ampi e crescenti deficit fiscali ciclici “aumentati”.

Stabilità delle banche. In generale i livelli del patrimonio di vigilanza sono solidi nell’universo dei ME. Dopo molti anni di crescita economica e di espansione del credito deludenti, le banche dei Paesi emergenti presentano, a nostro parere, alcuni problemi strutturali significativi.

Riteniamo tuttavia che nel 2020 gli stress ciclici avranno probabilmente un impatto fortemente negativo sugli utili delle banche dei ME e metteranno alla prova la loro resilienza. A nostro avviso, i Paesi con solidi sistemi bancari sono facili da individuare – Russia, Perù, Indonesia, Filippine, e forse, inaspettatamente, Egitto. Tali paesi dispongono di sistemi bancari con ridotta leva finanziaria, regimi patrimoniali estremamente rigorosi e quelli che consideriamo essere solidi finanziamenti ed eccellente liquidità.

I tre paesi più a rischio da questo punto di vista sono Turchia, India e Sudafrica. Tra le principali economie dei ME, Turchia e India in particolare rappresentano, a nostro avviso, i rischi strutturali. Il settore bancario turco è un mix volatile di rischi di finanziamento esterno, crescente stress sulla qualità degli asset e quelle che consideriamo decisioni di politica macroeconomica autolesioniste.

Bilancia dei pagamenti. Tenuto conto dei vincoli esterni, i Paesi in via di sviluppo devono essere estremamente cauti circa la gestione dei deficit delle partite correnti. Se lo saranno, riteniamo che le loro valute potrebbero subire un calo, l’inflazione nei loro Paesi potrebbe aumentare e la crescita economica reale potrebbe risultarne enormemente ridotta. A prima vista, si potrebbe generalizzare dicendo che le potenze produttive asiatiche hanno dimostrato una straordinaria resilienza nel corso di questa crisi economica mondiale mantenendo i surplus delle partite correnti. Taiwan e Corea del Sud, in particolare, hanno dimostrato solide performance da questo punto di vista.

Non viviamo in tempi “normali” e oggi nei ME le sfumature contano davvero. Sebbene il calo significativo dei prezzi del petrolio e la recessione nazionale potrebbero contribuire ad alleviare le pressioni sulla bilancia dei pagamenti in diversi Paesi in via di sviluppo, riteniamo che tali sviluppi saranno compensati da una riduzione significativa dei proventi da rimesse (denaro inviato dai lavoratori stranieri nei paesi di origine) e del turismo in molte economie quali Filippine, Thailandia, Turchia e i grandi mercati di frontiera.

Debito esterno. I Paesi in via di sviluppo mostrano una grande eterogeneità in termini di rischio sovrano (la possibilità che un paese sia inadempiente in relazione al proprio debito sovrano) tra creditori e debitori esterni netti in termini di squilibri esterni. Tra i Paesi che sembrano essere in grado di gestire il rischio sovrano figurano Taiwan, Corea del Sud, Perù e Russia. Anche in Asia sudorientale non mancano importanti baluardi – ossia Thailandia, Filippine e Vietnam.

Riteniamo che i Paesi più deboli in relazione al rischio sovrano siano anch’essi altrettanto facili da individuare. Sono, a nostro parere, Turchia e Sudafrica tra le economie principali, ed Egitto e Pakistan tra le economie meno sviluppate. I Paesi che, a nostro parere, presentano i maggiori rischi sovrani sono concentrati, ancora una volta, soprattutto sui mercati di frontiera – Argentina, Ecuador e buona parte dell’Africa subsahariana. Russia, Perù, Taiwan e Corea del Sud presentano la situazione più solida in termini di rischio sovrano su scala mondiale a livello di adeguatezza delle riserve.

Quali economie raggiungeranno il punto di rottura in risposta alla pandemia?
Temiamo che il Sudafrica potrebbe viaggiare su un treno pericoloso che potrebbe deragliare a causa di dinamiche fiscali non sostenibili (amplificate da rischi contingenti delle imprese statali che il governo sembra non avere il coraggio di gestire), vulnerabilità esterne (deficit strutturale delle partite correnti che non possono essere sanati con svalutazioni in quanto il Paese non appare competitivo in alcun settore ad eccezione delle materie prime) e scarsa copertura delle riserve.

E, naturalmente, la Turchia, che presenta un’enorme leva finanziaria esterna, significativi disallineamenti delle valute tra banche e società e una dipendenza politica irrealistica dalla crescita che non può essere finanziata con i risparmi nazionali.

Salvo la possibilità di un contagio finanziario, riteniamo che la maggior parte delle grandi economie emergenti supererà il 2020 come una sorta di “anno sabbatico”. A destare preoccupazione, tuttavia, sono le gravi ripercussioni sulla crescita strutturale che interesseranno molte delle principali economie dopo il 2020. Tale opinione si basa sulle tendenze che osserviamo: minore crescita globale, indebolimento strutturale dei prezzi delle materie prime e il danno contingente legato all’aumento dei debiti fiscali. Prevediamo anni caratterizzati da un indebolimento della potenziale crescita reale in molte delle maggiori economie emergenti, tra cui Brasile, Messico, India e Russia, salvo, naturalmente, l’implementazione delle necessarie riforme strutturali.

A nostro parere, i Paesi vincitori che registreranno una crescita in un’economia globale con crescita glaciale potrebbero essere concentrati quasi esclusivamente in Asia.

Commento a cura di Justin Leverenz, CIO Developing Markets Equities & Senior Portfolio Manager, Invesco

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