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L’amministratore delegato, Arturo Nattino, illustra le strategie e gli obiettivi del piano industriale dell’istituto romano fondato dalla sua famiglia. Che mira a raddoppiare entro il 2020 i private banker e le masse gestite.

L’intervista esclusiva ad Arturo Nattino tratta dal numero di maggio/giugno 2018 di Asset Management.

«Continueremo lungo il sentiero battuto fino a questo momento, cioè l’indipendenza, reclutando nuovi private banker per arrivare dagli attuali 43 a quota 70». È il programma, già delineato nell’ultimo piano industriale, che Arturo Nattino, amministratore delegato di Banca Finnat, ha spiegato agli azionisti nel corso dell’assemblea che ha approvato quello che, probabilmente passerà agli annali come uno dei migliori esercizi della lunga storia (120 anni) dell’istituto. L’utile è quintuplicato passando da 7,3 a 36,3 milioni, il margine d’intermediazione è stato di 102,3 milioni (contro 66,5) e il margine d’interesse di 9,9 milioni (contro 7,7). Il dividendo è stato di 0,03 euro. Nei prossimi tre anni le masse gestite e amministrate dalla banca romana dovrebbero salire da 4 a 6,2 miliardi.

Avete appena approvato il bilancio 2017 che, a prima vista, sembra il migliore della vostra storia: quali sono stati gli elementi del successo?
Arturo Nattino. Il bilancio 2017 rispecchia un anno molto positivo. Ha beneficiato dalla crescita di tutte le attività del nostro gruppo e anche dalla valorizzazione di importanti partecipazioni.

Il nuovo esercizio ha doppiato la boa del primo trimestre: ripeterà il successo dell’anno scorso?
Arturo Nattino. Anche il 2018 sarà un anno positivo e in linea con il piano industriale recentemente approvato.

Il vostro piano industriale 2018/2020 prevede sostanzialmente una crescita per linee interne con il raddoppio dei banker e il rafforzamento nelle aree del Nord: ma c’è ancora spazio in Italia per operatori di medie dimensioni visti gli ultimi movimenti (l’accordo Poste-Eurizon, le acquisizioni di Amundi e di Credit Agricole)?
Arturo Nattino. Crediamo fermamente che realtà di medie dimensioni come la nostra possano avere ancora spazio, però vediamo, allo stesso tempo, la necessità di una crescita dimensionale, visti i sempre maggiori costi imposti dalla regolamentazione.

Avete trattato a lungo Banca Cesare Ponti c’è altro in cantiere?
Arturo Nattino. No. Non ci sono altri cantieri aperti al momento.

Gli stranieri fanno shopping in Italia: invece il processo di internazionalizzazione dell’industria del risparmio nazionale è praticamente inesistente: come mai?
Arturo Nattino. Direi che il problema è più complesso. Non solo nel settore bancario paghiamo la difficoltà a essere competitivi al di fuori dei confini, nel nostro settore specifico soffriamo il problema dimensionale e delle difficoltà che le banche commerciali nel nostro Paese hanno avuto negli ultimi anni.

Forse è ancora presto per tracciare un bilancio della Mifid 2, ma dopo tre mesi quali segnali sono arrivati?
Arturo Nattino. Mifid 2 ha creato, a mio avviso, un ulteriore iper regolamentazione del nostro settore, rendendo molto più complessa la gestione del rapporto con il cliente. Solo tra qualche mese capiremo il reale impatto della nuova normativa sull’attività quotidiana.

Si parla molto del successo dei Pir che rappresentano la grande novità dell’ultimo anno: non c’è però il rischio di aver messo delle fuoriserie a correre su un sentiero di montagna visto che, comunque i titoli da comparare restano pochi e molti di essi hanno ormai prezzi stratosferici?
Arturo Nattino. Personalmente non condivido questo timore: i titoli che non fanno parte del paniere delle 40 blue chip dell’indice Ftse Mib sono tanti e soprattutto moltissime sono le società italiane di dimensioni medio piccole che, con un mercato borsistico più interessato alle realtà di quelle dimensioni, potrebbero essere spinte a quotarsi. Il che innescherebbe un processo che noi riteniamo assolutamente virtuoso e sul quale siamo molto focalizzati per supportare le aziende eccellenti che vogliano aff rontare questo percorso.

Però ci sono molti analisti che consigliano prudenza. E allora?
Arturo Nattino. Sui mercati borsistici, il rischio che su alcuni titoli ci possano essere delle sopravvalutazioni è sempre presente, ma bisogna fare attenzione alle generalizzazioni: è infatti un dato oggettivo che nel 2017 l’indice italiano delle small cap è salito significativamente, tuttavia meno dell’analogo indice francese (Cac small) e tedesco (Sdax). E questo malgrado la presenza dei Pir. Sono dunque convinto che, in realtà, sarebbe un bene che una quota ancora maggiore delle risorse raccolte dai Pir andasse sulle mid, small e micro cap. Per esempio, le società dell’Aim, un listino cui guardiamo con grande attenzione.

Resta il fatto che mediamente tutto l’Aim genera un volume di scambi inferiore a quella dell’Enel o di tante altre blue chip. Come non capire la prudenza con cui i fondi e gli altri investi-tori istituzionali si avvicinano a questo listino…
Arturo Nattino. Cerchiamo di capirci. In Italia la concentrazione degli scambi sulle (poche) blue chip appartenenti all’indice principale nel 2016 superava il 91%: grazie ai Pir nel 2017 siamo scesi all’88%. Certo, è ancora una percentuale elevatissima che ha pochi eguali al mondo e che evidenzia un grave disinteresse degli investitori verso tutto il resto del listino. Un errore gravissimo perché si trovano aziende che performano benissimo. Basti pensare che l’indice Star negli ultimi cinque anni (e quindi da ben prima dell’avvento dei Pir) risulta essere uno dei migliori al mondo divesamente dall’indice delle 40 blue chip che nei confronti internazionali è in fondo alle classifiche. Ben venga quindi, nell’interesse di tutti, una crescita dell’attenzione verso quelle realtà che sono rappresentative dell’economia reale del nostro Paese, e di quelle eccellenze produttive per le quali, molto spesso, siamo più apprezzati all’estero che non in patria.

I Pir hanno un altro problema: sono considerati prodotti piuttosto costosi e alla scadenza del periodo di bonus fi scale si potrebbe innescare una forte pressione di vendite: che cosa ne pensa?
Arturo Nattino. Non è la prima volta che sento questa critica: sembra quasi che i fondi Pir siano gli unici a essere gravati da commissioni e che gli altri strumenti non le percepiscano: la realtà è che i livelli commissionali tra fondi Pir e il resto dell’offerta sono sostanzialmente analoghi. Il che non è nemmeno così scontato visto che la gestione di un fondo Pir ha una complessità e richiede delle competenze tali per cui, in teoria, si giustificherebbero persino remunerazioni maggiori.

E la vostra offerta?
Arturo Nattino. Anche noi, nell’ambito delle nostre Sicav New Millennium, abbiamo lanciato dei fondi Pir e le commissioni sono in linea, se non minori, rispetto a quelle degli altri fondi comparabili per caratteristiche.

Il risparmio delle famiglie italiane e il debito pubblico sono ormai fratelli siamesi visto che si sviluppano insieme. Da più parti, come dimostra l’ultimo paper del Fmi, avanza la proposta di un prelievo straordinario che tassando il patrimonio serva ad abbattere il debito pubblico: che cosa ne pensa?
Arturo Nattino. Non sono assolutamente favorevole, già esiste una «patrimoniale» rappresentata dal prelievo annuo dello 0,20 % sui patrimoni delle famiglie.

Che cosa chiede l’industria del risparmio gestito al prossimo governo?
Arturo Nattino. Di continuare il percorso iniziato dagli ultimi due governi, rafforzado l’incentivazione fiscale negli investimenti di lungo termine.

 

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