Ma quanto è buona l’agricoltura 4.0

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Blockchain, tracciabilità, big data: il digitale è approdato nella filiera agroalimentare, migliorando efficacia, efficienza e qualità. E facendo registrare una crescita del 270% solo negli ultimi due anni. Ecco quali sono le aziende protagoniste della rivoluzione nel campo e come investire in questo trend di lungo periodo

Articolo tratto dal numero di novembre/dicembre 2019 di Asset Management.

Milano, Italia, 2015. È l’anno di Expo, l’Esposizione Universale. In questa occasione si tiene alla nuova Fiera, situata a Rho-Pero, alla periferia nord ovest della città. Molti i padiglioni interessanti; sui media, però, ne finiscono in particolar modo due: il primo è quello giapponese, per le code interminabili (fino a 10 ore) necessarie a visitarlo (e ancora nessuno sa perché, anche se si vocifera di visite a gruppi di poche persone, obbligatoriamente accompagnate, che duravano ben 45 minuti, e di pochi addetti per farle fare). Il secondo è quello israeliano, per la bellissima «parete verde », che metteva in mostra un evidente caso di agricoltura 4.0. Agricoltura 4.0? Ma di che cosa stiamo parlando? Ma non era industria 4.0? Che c’entra l’agricoltura? Cerchiamo di chiarire. All’alba dei tempi, l’uomo era un cacciatore. Poi è diventato un raccoglitore, integrando così la caccia con i prodotti vegetali che trovava nel ricco ambiente che lo circondava. Circa diecimila anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, qualche gruppo umano incominciò a organizzarsi per produrre il cibo che prima della glaciazione trovava o cacciava in abbondanza; nacque così l’agricoltura. Le prime a essere coltivate furono le terre ricche d’acqua dei bacini fluviali come il Nilo e la zona tra il fiume Tigri ed Eufrate, terre in cui germogliavano spontaneamente cereali di vario tipo. Questa è l’agricoltura 1.0, effettuata interamente a mano. Quando l’uomo iniziò ad addomesticare sul serio gli animali, circa duemila anni più tardi, capì che il loro utilizzo in agricoltura gli avrebbe dato una mano e migliorato la capacità di coltivare la terra. L’invenzione dell’aratro è praticamente contestuale alla domesticazione bovina, avvenuta in Medio Oriente intorno al 6000 a.C. (prima i campi erano arati da persone, non da animali), e costituisce l’agricoltura 2.0. Come è abbastanza intuibile, l’avvento della rivoluzione industriale, e la susseguente meccanizzazione, con la creazione di macchine apposite per le diverse funzioni agricole, e la comparsa dei trattori, scandisce l’inizio dell’agricoltura 3.0. Ed ecco che, nel secondo decennio del XXI secolo, si inizia a parlare di agricoltura 4.0, il livello successivo. Non stupisce che il padiglione israeliano sia stato uno tra quelli che hanno colpito di più, visto che sono stati proprio i discendenti di Abramo, Salomone e David ad aver fatto germogliare il deserto (del Negev), proprio in senso letterale, con le loro innovative tecniche di coltivazione. Il nome dell’installazione presente a Expo 2015 era «Fields of tomorrow», ossia i campi di domani. Israele è un paese giovane (è stato ufficialmente proclamato tale nel 1948), ma ha alle sue spalle una tradizione di tremila anni, che attraverso lavoro, ricerca e sviluppo, ha saputo rendere fertili molti dei suoi terreni in prevalenza aridi. Una dedizione che in settanta anni lo ha portato a essere uno dei paesi leader nel campo della scienza e nell’innovazione. L’installazione presente a Expo 2015 introduceva il «vertical planting», una tecnologia rivoluzionaria che permette di risparmiare e ottimizzare terreno e acqua.

TECNOLOGIA NEL CAMPO
Ma in che cosa differisce dall’agricoltura “tradizionale” quella denominata 4.0? Entriamo nel dettaglio. Questa nuova fase si caratterizza per nuove scelte. La strada intrapresa sembra essere quella dell’integrazione tra le strategie tradizionali e le innovazioni. Si parla di tracciabilità, di tecnologia blockchain, di raccolta di dati impiegati al servizio della filiera e si tratta, almeno in parte, di una piccola realtà di nicchia che sta già crescendo. Lo confermano diverse ricerche che dicono come, ormai, il digitale sia approdato nella filiera agroalimentare, con una crescita del 270% solo negli ultimi due anni (la ricerca è dell’Osservatorio AgriFood del Politecnico di Milano insieme al Laboratorio Rise, Research & innovation for smart enterprises, dell’Università di Brescia). Un vero e proprio boom che, secondo le aziende coinvolte, migliora efficienza ed efficacia della produzione. Come definire, dunque, l’agricoltura 4.0? L’Agricoltura 4.0 è l’evoluzione del concetto di «agricoltura di precisione», che viene utilizzato per definire interventi mirati in campo agricolo a partire da dati come, per esempio, le caratteristiche fisiche e biochimiche del suolo. Di fatto, è tutto l’insieme di strumenti e strategie che consentono all’azienda agricola di impiegare in maniera sinergica e interconnessa tecnologie avanzate, con lo scopo di rendere più efficiente e sostenibile la produzione. In pratica, adottare soluzioni 4.0 in campo agricolo comprende, ad esempio, il poter calcolare in maniera precisa qual è il fabbisogno idrico di una determinata coltura ed evitare gli sprechi. Oppure, permette di prevedere l’insorgenza di alcune malattie delle piante o individuare in anticipo i parassiti che potrebbero attaccare le coltivazioni, riducendo di fatto gli sprechi. Un altro ambito di applicazione dell’agricoltura 4.0 è quello della tracciabilità della filiera e, secondo gli addetti ai lavori, è qui che si intravedono le prospettive più interessanti guardando al futuro. Durante ogni passaggio, dal campo al confezionamento, è possibile raccogliere dati utili a mantenere sotto controllo ogni step del processo di produzione. Poco margine d’errore, dunque, consente di poter realizzare una filiera corta capace di produrre alimenti di massima qualità e in maniera sostenibile dal punto di vista ambientale, una priorità assoluta oggigiorno. Nonostante la necessità di investire in formazione, il primo dato che emerge dallo studio condotto dall’Osservatorio è la crescita esponenziale della diffusione di soluzioni ad alto tasso tecnologico nel settore agroalimentare. Come detto, si registra un +270% del valore dell’agricoltura 4.0 sul mercato, che raggiunge oggi complessivamente una cifra compresa tra 370 e 430 milioni di euro, pari al 18% del settore a livello europeo. L’attività che, per prima, ha spinto le aziende a investire nell’agricoltura 4.0 è stata quella di pianificare le colture, la semina e il raccolto. Interessante, come rileva l’Osservatorio, è che fattori come il titolo di studio oppure l’età non influiscono sull’interesse e sull’applicazione di questo tipo di soluzioni, che vengono, piuttosto, preferite da chi gestisce aziende molto grandi, sia per estensione territoriale sia per budget. Esistono ancora dei limiti alla diffusione di soluzioni 4.0, dai costi di gestione all’effettivo accesso alla tecnologia. Tuttavia, i ricercatori non hanno dubbi nell’evidenziare come i vantaggi abbraccino il risparmio in termini economici e ambientali, ma anche una produzione di maggiore qualità. Una qualità che risponde anche a benefici dal punto di vista della salute. Si stima, infatti, che i prodotti inseriti in una filiera ad alto tasso tecnologico mantengano intatte le loro proprietà e risultino, quindi, più salutari. Dal punto di vista quantitativo, inoltre, il risparmio sugli input produttivi risulta essere del 30% con un aumento della produttività pari al 20%, il tutto ottenendo prodotti senza alcun residuo di sostanze chimiche. Ah… abbiamo accennato al fatto che il trend mondiale del momento, quello della carne di origine vegetale, è solo l’ennesimo trend (destinato a diventare sempre più un’abitudine) dell’agricoltura 4.0, reso possibile in primis proprio dal mix di novità a cui accennavamo prima? Nell’ultimo decennio, l’appetito globale per i sostituti della carne è cresciuto, poiché la ricerca ha rivelato l’impatto dell’industria della carne sull’ambiente. Tra il 2018 e il 2026, si prevede che il mercato globale della carne di origine vegetale triplicherà, passando da 10,1 miliardi di dollari a 30,9 miliardi di dollari. Tenetelo a mente.

DALLA TEORIA ALLE AZIONI
Detto questo, affrontiamo la cosa dal punto di vista finanziario. Si può investire in questo campo, che come si può ben capire è realmente innovativo, con un potenziale esplosivo e delle prospettive chiaramente di lungo termine? Certo che sì. Ovviamente si può farlo in diversi modi, sia con fondi sia con Etf che investono nelle aziende agricole, ma anche chimiche e tecnologiche, che stanno conducendo sperimentazioni, creando strumenti, innovando tecniche, progettando nuove sementi, mappando i territori ecc.. Ma si può investire anche nell’ambito obbligazionario, magari finanziando direttamente le imprese attive in questo campo. Geograficamente si trovano per lo più in Israele (come è ovvio), negli Stati Uniti e in Canada, ma ce ne sono anche in Gran Bretagna, Germania, Olanda, Scandinavia, Australia, Nuova Zelanda. Anche la Cina è all’avanguardia in questo campo (come sfamare l’immensa popolazione cinese è un forte stimolo alla ricerca), così come il Giappone, da sempre afflitto da scarsità di territorio, e da sempre alla ricerca della massimizzazione dei propri raccolti. I prodotti che investono in commodities sono la prima soluzione che viene in mente. Perché qualunque fondo o Etf che investa in più beni, dopo l’energia, lo fa sull’agricoltura. Ma i prodotti primari sono quelli che investono direttamente sul mercato agricolo, a ogni livello. Soffermandoci sugli Etf settoriali, che come sempre sono più efficienti a livello di costo rispetto ai fondi comuni, si può evidenziare l’iShares Agribusiness, acquistabile anche sulla piazza milanese, un Etf fisico, che investe direttamente in titoli, ad accumulazione, cioè reinveste automaticamente i dividendi generati nel fondo stesso, con ampia esposizione alle aziende americane del settore, ma anche a quelle europee, giapponesi, canadesi e inglesi. Venendo alle commodities, è sempre interessante notare come la correlazione storicamente negativa tra le materie prime e i titoli azionari possa aumentare la diversificazione del portafoglio. Il più grande e il più economico Etf in tal senso è ancora di iShares, ed è il Diversified Commodity Swap, un fondo che effettua la replica sintetica della performance dell’indice sottostante con uno swap. Da citare anche il Market Access Rici Agriculture Index, un Etf esclusivamente agriculturale, quotato sulla borsa tedesca; un prodotto anch’esso a replica sintetica (questi prodotti replicano l’andamento del benchmark attraverso una strategia di investimento che prevede l’utilizzo del denaro derivante dalle sottoscrizioni per l’acquisto di un paniere di titoli, noto come substitute basket, e l’ingresso in un contratto di swap con una controparte selezionata, in genere bancaria, che riconosce all’Etf le performance total return dell’indice benchmark, meno il costo dello swap se previsto, in contropartita del rendimento del paniere sostitutivo). Parlando delle materie prime in se stesse, esistono prodotti finanziari che permettono di investire sul cacao, sul cotone, sul caffè, sul succo d’arancia, sul legname, sullo zucchero, sul bestiame, sulla soia, sul frumento, sul grano, il riso, l’avena e la colza.

I BIG PALYER
E le imprese? Quali sono le aziende che rendono questo settore così innovativo e di sicuro profitto negli anni a venire? Qualche nome di quelle israeliane: Evogene (in cui ha investito anche la Monsanto), Rosetta Green (anch’essa con forti interessi da parte di Monsanto), Algatech, di proprietà di un fondo inglese, famosa per aver messo a punto un sistema per allevare alghe nel deserto del Negev, Beeologics, di proprietà di Monsanto fin dal 2012, nota per essere stata la prima a produrre prodotti specifici per proteggere (con successo) gli alveari in tutto il mondo. E ancora, Israel Chemicals, quotata al Nyse, la Foamix Pharmaceuticals, attiva nel campo della chimica del terreno, e Icl-Israel Chemicals. In Usa, i giganti Archer Daniels Midland, John Deere e Caterpillar (quest’ultimo più attivo nel campo industriale che solo in quello prettamente agricolo, come sono i primi due) sono nomi imprescindibili nel campo dei macchinari, così come la più volte citata Monsanto in campo chimico e dei fertilizzanti. Rimando in questo settore, anche le tedesche Basf e Bayer sono attive nel campo agricolo, con forti settori di ricerca e sviluppo. Vi ricordate il nome Del Monte? Quella dell’uomo che diceva «sì» in una famosa pubblicità degli anni Ottanta del secolo scorso… è un colosso agricolo, ovviamente, molto presente nel settore. In conclusione, perché la nuova agricoltura, la quarta versione di una delle prime “invenzioni” umane, può produrre rendimento nel lungo termine? Beh, è facile. L’agricoltura non morirà mai. O, meglio, terminerà solo con la fine della razza umana che, se non facciamo disastri, è ancora lungi dal venire. Nel 2050 sul pianeta saremo in 10 miliardi. E dovremo mangiare, tutti. Con i problemi che hanno gli allevamenti in connessione col clima (il bestiame è la seconda fonte di inquinamento al mondo), e sempre più persone che si rivolgono, come accennato, ad alternative “meatless”, l’agricoltura nella sua nuova, appena iniziata fase, produrrà il cibo che ci serve, contestualmente facendo crescere di valore le aziende che rendono possibile produrlo, diffonderlo e consumarlo.

Articolo a cura di Alessandro Ruocco

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