Invasione Ucraina e volatilità: la Fed non cambia linea

L’Europa sta patendo il peso dell’impatto iniziale dell’invasione Ucraina, con costi energetici più elevati che danneggiano i consumatori e sanzioni tali da incidere sulla crescita europea.
Invasione ucraina FED

L’Europa sta patendo il peso dell’impatto iniziale dell’invasione Ucraina, con costi energetici più elevati che danneggiano i consumatori e sanzioni tali da incidere sulla crescita europea.

Il quadro tecnico suggerisce che i mercati dovrebbero segnare presto un minimo

L’impasse militare della Russia si è tramutata giovedì in un’invasione Ucraina su larga scala: Vladimir Putin ha ordinato alle sue truppe di terra di sfondare i confini e lanciare attacchi aerei su Kiev e altre città. Storicamente, le invasioni militari spingono le piazze finanziarie ai minimi; nelle ultime 24 ore le vendite sono aumentate e l’indice S&P 500 è entrato in territorio negativo. Anche i tassi obbligazionari sono scesi dai loro massimi pluriennali e, per la prima volta dal 2014, il prezzo del Brent è schizzato sopra i 100 dollari.

Dopo la correzione marcata delle ultime sedute di borsa, nel mercato azionario USA prevale l’ipervenduto. L’indice S&P 500 è ora ben al di sotto delle sue medie mobili a 50 e 200 giorni e, all’avvio degli scambi di giovedì, altri indicatori tecnici hanno sfiorato i minini di breve periodo, per poi stabilizzarsi. A deteriorarsi è anche l’umore degli investitori che, secondo l’American Association of Individual Investors Sentiment Survey, segna il suo livello più basso dall’aprile 2013. Gli operatori di mercato a leva di breve periodo, intanto, hanno ridotto al minimo la loro esposizione azionaria.

In un’ottica macroeconomica, la guerra in Ucraina tenderà ad esacerbare l’inflazione globale e i problemi della catena di approvvigionamento. Il blocco delle merci e dei materiali in uscita dall’Ucraina e dalla Russia potrebbe inasprire i problemi di rifornimento che affliggono molte aziende in cerca di materie prime come l’acciaio per il comparto automotive. I picchi dei prezzi del gas naturale e del petrolio incideranno pesantemente sull’inflazione primaria statunitense e, in misura minore, sulla componente core. I picchi dei prezzi dell’energia, che si stanno concentrando in prevalenza sul segmento a breve della curva dei futures, rappresentano un premio al rischio geopolitico perché i flussi non ne hanno risentito. La parte lunga della curva sta scontando un contesto molto più favorevole e un’attività economica potenzialmente ridotta che potrebbe ridimensionare i costi dell’energia.

Visti gli ulteriori rincari delle materie prime innescati dal conflitto, la Fed non dovrebbe apportare correzioni importanti ai livelli dei tassi attualmente definiti dal mercato. Ad oggi, il mercato sconta 5,9 aumenti per il 2022. Siamo stati più accomodanti del consenso e continuiamo a credere che la Fed sottostimerà leggermente le aspettative. Va sottolineato che la Fed attribuisce minor peso all’inflazione core che pesa su alimentari ed energia; di conseguenza, l’aumento dei costi delle materie prime non dovrebbe mutare in misura “rilevante” la posizione dei decisori politici. Il quadro ucraino, tuttavia, potrebbe portare la BCE ad assumere una posizione più morbida in tema di tassi.

L’invasione pone ulteriori ostacoli all’approvvigionamento energetico

Nella seduta di giovedì, i titoli energetici e difensivi si sono mossi in direzione opposta; per entrambe questi segmenti, infatti, il conflitto avrà probabilmente un influsso diretto.

L’invasione dell’Ucraina avviene in un momento molto sfavorevole per l’economia globale; infatti, i prezzi del petrolio sfioravano già i 70-80 dollari al barile a causa di un’offerta insufficiente a sostenere la ripresa della domanda. Negli ultimi anni l’industria petrolifera globale ha sottoinvestito nella capacità di produzione e fatica quindi ad incrementare l’offerta di barili in risposta all’aumento dei prezzi. I principali paesi membri dell’OPEC+ stavano già faticando a tenere il passo con le quote di produzione; inoltre, le richieste degli investitori di privilegiare il rigore finanziario e la generazione di free cash flow, rispetto alla crescita della produzione, avevano ridotto l’offerta degli Stati Uniti. Tutto ciò è avvenuto mentre la domanda di greggio recuperava i livelli pre-COVID-19 di quasi 100 milioni di barili giornalieri.

Ciò detto, i prezzi del greggio Brent potrebbero rimanere elevati, intorno ai 100 $/barile o oltre, fino alla fine di questo conflitto, poiché le potenziali sanzioni energetiche contro la Russia o i potenziali stop ai flussi di gas causati dal conflitto potrebbero bloccare le forniture. La Russia fornisce il 10% del greggio mondiale e il 30-40% del fabbisogno di gas naturale dell’Europa. I livelli di stoccaggio di gas naturale in Europa erano già ben al di sotto dei livelli normali prima del conflitto in Ucraina e la fornitura della Russia al continente è già diminuita del 40% circa rispetto al 2021. Qualsiasi altra potenziale erosione dell’offerta potrebbe spingere i prezzi del gas naturale europeo ben al di sopra dei livelli attuali di circa 30 dollari ogni mille piedi cubici. Ciò dimostra la necessità per più paesi europei di una visibilità di lungo periodo delle forniture, mediante progetti per approvvigionarsi di gas naturale liquefatto dall’estero.

Il budget di spesa destinato alla difesa statunitense è rimasto consistente poiché, in un contesto di aggravamento delle tensioni geopolitiche, Cina e Russia hanno dimostrato di possedere tecnologie di difesa avanzate. A nostro giudizio, l’attuale conflitto tra l’Ucraina e la Russia non farà che aumentare nel Congresso la convinzione di dover dare priorità alla spesa per la difesa e potrebbe rilanciare i finanziamenti per le operazioni di emergenza all’estero (cioè i fondi di emergenza) che sono diminuiti in parallelo con il ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente. In tale cornice, sia il bilancio primario della difesa che il finanziamento delle operazioni di emergenza all’estero (Overseas Contingency Operations, OCO) dovrebbero sostenere il segmento dei titoli della difesa. La sfida per gli Stati Uniti sarà quella di bilanciare gli obiettivi strategici a lungo termine per far progredire le tecnologie con le necessità a breve termine come la guerra terrestre e la presenza militare. Prevediamo anche un aumento delle vendite estere agli alleati in Europa e sul Pacifico, che dovrebbe sostenere ulteriormente i titoli difensivi USA.

I mercati europei stanno sostenendo il maggior peso dell’impatto iniziale, dati i titoli di stampa sulla “guerra in Europa” e l’impatto diretto sulle forniture/sui costi dell’energia. I futures sul gas naturale sono rincarati fino al 40% poiché la Germania si è impegnata a non certificare il gasdotto Nord Stream 2, mettendo ulteriormente sotto pressione un continente già provato dall’inflazione delle materie prime. I maggiori costi energetici che danneggiano i consumatori e la portata delle sanzioni russe incideranno sulla crescita europea e, di riflesso, statunitense.

A cura di Scott Glasser, Chief Investment Officer e Jeffrey Schulze, Investment Strategist di ClearBridge Investments, parte del Gruppo Franklin Templeton.

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