Prix Pictet, il più importante premio a livello mondiale per la fotografia sul tema della sostenibilità, arriva quest’anno anche in Italia

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Prix Pictet “Hope” sarà esposta da oggi 18 febbraio al 24 marzo 2021 al Palazzo della Gran Guardia a Verona Nonostante la crisi globale ci può essere ancora speranza. Da qui nasce oggi “Hope”.

Il lavoro dei 12 fotografi finalisti sottolinea la grande speranza del Prix Pictet, la scommessa che tutti noi facciamo sul futuro: che l’arte possa incoraggiare all’azione e trionfare là dove le parole, da sole, hanno fallito La vincitrice dell’ottavo Prix Pictet è Joana Choumali, fotografa ivoriana premiata per la serie Ça va aller (Andrà bene) Prix Pictet, nato nel 2008 e inaugurato dal Presidente onorario, Kofi Hannan, è dedicato in ogni edizione a un tema legato alla sostenibilità per aumentare la consapevolezza sugli inarrestabili cambiamenti in atto e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’urgente necessità di agire Milano, 18 febbraio 2021 – Il Prix Pictet, tra i principali concorsi fotografici a livello internazionale giunto all’ottava edizione, arriva anche in Italia, per la prima volta a Verona, con una grande mostra dedicata quest’anno al tema “Hope” (Speranza). I 12 fotografi finalisti, protagonisti del percorso fotografico, esplorano i modi positivi in cui l’umanità sta affrontando le crisi ambientale e sociale dei nostri tempi.

Una fonte di ispirazione per tutti anche nell’attuale contesto di crisi pandemica e di incertezza che stiamo vivendo. L’esposizione sarà allestita presso il Palazzo della Gran Guardia (che riapre le sue porte dopo mesi di chiusura per le restrizioni) da oggi 18 febbraio al 24 marzo (ingresso gratuito, con orario: lun-ven dalle ore 11.00 alle 18.00) e metterà in mostra le migliori opere selezionate tra primari artisti internazionali. Il tour mondiale proseguirà poi nelle città di Milano, Tel Aviv, Shanghai, Beijing e Dublino, tra le altre. Il Prix Pictet è stato istituito nel 2008 dal Gruppo Pictet, tra i principali gestori patrimoniali indipendenti in Europa. Ogni edizione è stata dedicata negli anni ad un tema specifico che mira a promuovere il dibattito su problematiche legate alla sostenibilità. Questa ottava edizione “Hope” è stata preceduta da: “Water” (prima edizione) e poi “Earth”, Growth”, “Power”, “Consumption”, “Disorder” e “Space”.

Temi che raccontano il credo a 360 gradi del Gruppo Pictet nei confronti della sostenibilità come principio guida nella gestione degli investimenti e non solo. Proprio in questo contesto si inserisce l’organizzazione, da oltre dieci anni, del Prix Pictet, ad oggi il più importante concorso fotografico a livello globale, per aumentare la consapevolezza sugli inarrestabili cambiamenti in atto e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’urgente necessità di agire a favore di un modo più sostenibile. Il presidente onorario, tra i fondatori del Prix Pictet, è stato fin dal 2008 Kofi Annan, il quale espresse la profonda speranza di poter ancora porre rimedio ai danni catastrofici cui il mondo sta assistendo. Da qui nasce oggi “Hope”. Il lavoro dei 12 fotografi finalisti sottolinea la grande speranza del Prix Pictet, la scommessa che tutti noi facciamo sul futuro: che l’arte possa incoraggiare all’azione e trionfare là dove le parole, da sole, hanno fallito. Alessandra Losito, Responsabile Italia di Pictet Wealth Management commenta: “Quello della sostenibilità è un tema da sempre caro in Pictet.

Negli ultimi venti anni, siamo stati pionieri nello sviluppo di diverse strategie legate a tematiche ambientali. Vogliamo diffondere la consapevolezza riguardo all’impatto positivo che ogni singolo individuo può avere sull’ambiente attraverso le proprie scelte di investimento ma non solo. Crediamo che con l’impegno di tutti ci sia ancora margine per invertire la rotta. La crisi che stiamo affrontando si è ultimamente esacerbata, eppure c’è ancora speranza ed è proprio questo che viene raccontato dal lavoro dei 12 fotografi finalisti”. “La decisione di portare questo importante premio internazionale a Verona nel 2021 è stata presa come omaggio e segno di riconoscimento verso la città e tutto il territorio del Nord-Est che in questi anni ci hanno dato fiducia, hanno creduto in noi e ci hanno permesso di crescere.

Nonostante l’emergenza che stiamo vivendo abbia allungato i tempi, il nostro desiderio è comunque quello di dare il massimo risalto a questa iniziativa che, in questo periodo particolarmente buio, vuole diffondere un segnale positivo, quello della speranza. Un principio da portare avanti, insieme ai valori della sostenibilità e dell’attenzione all’ambiente, che sono al centro di tutte le attività del Gruppo Pictet” – continua Andrea Bertini, Managing Director e Responsabile della sede Pictet Wealth Management di Verona. Conclude Federico Sboarina, Sindaco di Verona “La programmazione di nuove esposizioni cittadine non si è mai fermata.

Nonostante le chiusure e le limitazioni collegate alla pandemia, l’impegno dell’Amministrazione è sempre stato quello di accrescere la proposta culturale, in modo da essere pronti ad offrire, al momento della ripartenza, eventi espositivi nuovi ed interessanti. La speciale esposizione internazionale di fotografia allestita alla Gran Guardia, a Verona per la prima volta, è un esempio tangibile del lavoro che è stato fatto. Grazie alla collaborazione accordataci dal Gruppo Pictet, ideatore del premio fotografico, la nostra città è in grado di mostrare, primi in Italia, l’affascinante opera di ricerca artistica di 12 finalisti internazionali”. La vincitrice dell’ottavo Prix Pictet è Joana Choumali. La fotografa ivoriana è stata premiata il 13 novembre 2019 al museo Victoria & Albert di Londra (durante l’inaugurazione ufficiale della mostra) per la serie Ça va aller (Andrà bene), che si compone di fotografie scattate a tre settimane dall’attacco terroristico sferrato la domenica del 13 marzo 2016 a Grand-Bassam, in Costa d’Avorio. Choumali è stata selezionata da una giuria indipendente presieduta da Sir David King, ex Special Representative for Climate Change del governo britannico, che ne ha descritto il lavoro come “una meditazione brillantemente originale sulla capacità dello spirito umano di trarre speranza e resilienza persino dagli eventi più traumatici”.

Un messaggio forte, d’impatto e quanto mai calzante rispetto all’attuale contesto storico in cui ci troviamo. In ogni edizione del concorso, alle opere che meglio esprimono il tema, viene riconosciuto un premio del valore di 100mila franchi svizzeri. I finalisti del Prix Pictet quest’anno sono: Shahidul Alam, nato nel 1955 a Bangladesh, residente a Dacca, Joana Choumali, nata nel 1974 in Costa d’Avorio, residente ad Abidjan; Margaret Courtney-Clarke, nata nel 1949, Namibia, residente a Swakopmund, Rena Effendi, nata nel 1977 a Baku, residente a Istanbul, Lucas Foglia, nato nel 1983 negli Stati Uniti, residente a San Francisco, Janelle Lynch, nata nel 1969 negli Stati Uniti, residente a New York, Ross McDonnell, nato nel 1979 in Irlanda, residente a New York, Gideon Mendel, nato nel 1959 in Sudafrica, residente a Londra, Ivor Prickett, nato nel 1983 in Irlanda, residente tra l’Europa e il Medio Oriente, Robin Rhode, nato nel 1976 in Sudafrica, residente a Berlino, Awoiska van der Molen, nata nel 1972 nei Paesi Bassi, residente ad Amsterdam, Alexia Webster, nata nel 1979 in Sudafrica, residente a New York.

I vincitori delle sette edizioni precedenti sono Benoît Aquin (Water), Nadav Kander (Earth), Mitch Epstein (Growth), Luc Delahaye (Power), Michael Schmidt (Consumption), Valérie Belin (Disorder) e Richard Mosse (Space). La prestigiosa giuria internazionale dell’ottava edizione del Prix Pictet è composta da: Sir David King, ex Special Representative for Climate Change del governo britannico (Presidente di giuria); Martin Barnes, Senior Curator of Photographs, Victoria and Albert Museum, Londra; Richard Mosse, vincitore del Prix Pictet Space; Philippe Bertherat, Member of the International Council of Sotheby’s; Jan Dalley, Arts Editor, Financial Times; Herminia Ibarra, Charles Handy Professor of Organisational Behaviour, London Business School; Jeff Rosenheim, Curator in Charge, sezione fotografia, The Metropolitan Museum of Art, New York; Kazuyo Sejima, Co-fondatrice di SANAA, studio vincitore del Pritzker Architecture Prize. La serie podcast Nel novembre 2019, il Prix Pictet ha lanciato la prima serie di podcast intitolata Prix Pictet: A lens on sustainability. Tale serie riunisce i principali creatori, pensatori e fotografi di fama mondiale per parlare di fotografia e sostenibilità.

Ad oggi, hanno partecipato in qualità di collaboratori e relatori ospiti, tra gli altri, Jeff Rosenheim, Don McCullin, Elif Shafak, Dylan Jones, Hannah Starkey, Nadav Kander, Valerie Belin, Lionel Barber e Funmi Iyanda. I podcast sono disponibili su iTunes, Spotify e sul sito del Prix Pictet. Il processo L’ammissione al Prix Pictet avviene mediante candidatura. I segnalatori sono primari esperti di arti visive, direttori e curatori dei principali musei e gallerie nonché giornalisti e critici, che puntano a individuare una serie di immagini dotate di potere e qualità artistiche. Ciascun segnalatore è invitato a proporre i portfolio di un massimo di 5 fotografi. Nel 2018, la rete mondiale dei segnalatori del Prix Pictet ha proposto oltre 600 nomination, e i candidati hanno presentato più di 4.800 fotografie sulla sezione privata riservata al concorso del sito del Prix Pictet. A ciascun candidato segnalato viene chiesto di fornire una serie di fotografie coerenti con e incentrate sul tema del premio e può presentare al massimo dieci immagini. Le registrazioni si effettuano online nell’area del sito Internet del Prix Pictet riservata agli artisti. Una volta completato il processo di registrazione, la giuria indipendente del Prix Pictet valuta i lavori dapprima online e successivamente riunendosi in conferenza. La giuria punta a individuare fotografie di notevole qualità artistica che presentino una narrativa accattivante sul tema del premio e dimostrino le azioni positive nel quadro della sostenibilità nel mondo che ci circonda.

La giuria non fa alcuna distinzione tra i diversi generi di fotografia, ma seleziona la serie che a detta dei giudici esprime meglio di tutte il tema del premio ed evidenzia l’impegno profuso nel gestire il problema della sostenibilità globale attraverso un lavoro fotografico di elevata qualità artistica e contenuti interessanti. Dopo un esteso dibattito la giuria seleziona infine 12 finalisti. Passando al vaglio una selezione dei lavori finalisti esposti in una galleria o in un museo, la giuria proclama il vincitore del Prix Pictet al quale andranno 100.000 franchi svizzeri. Il vincitore viene annunciato in occasione della cerimonia d’apertura della mostra inaugurale degli artisti finalisti. In ogni edizione del Prix Pictet, la mostra dei fotografi finalisti diventa protagonista di un esteso tour mondiale. www.prixpictet.com Informazioni sui fotografi del Prix Pictet ‘Hope’ Joana Choumali, nata nel 1974 in Costa d’Avorio, residente ad Abidjan Vincitrice del Prix Pictet Hope Serie : Ça va aller, 2019 Joana Choumali è un’artista visiva/fotografa di Abidjan, Costa d’Avorio. Prima di intraprendere la carriera di fotografa, ha studiato arti grafiche a Casablanca (Marocco), ed è stata direttrice artistica di un’agenzia pubblicitaria. Il suo lavoro è incentrato su ritratti concettuali, mixed media e fotografia documentaria. Gran parte delle sue opere parla dell’Africa e delle numerose culture con cui viene a contatto.

Nelle sue opere più recenti, Choumali ricama direttamente sulle immagini, esaltando l’atto della creazione fotografica con movimenti lenti e meditativi. Le opere di Choumali sono state esposte in molti luoghi e occasioni, tra cui il Museum of Civilisations di Abidjan; la Donwahi Foundation for Contemporary Art di Abidjan; il centro d’arte contemporanea La Rotonde des Arts di Abidjan; il Vitra Design Museum di Basilea, il Museum of African Contemporary Art Al Maaden di Marrakech, il Museum of Photography di St Louis, Senegal; il Tropenmuseum di Amsterdam, la Biennale internazionale di fotografia Bamako, la biennale Photoquai del museo Quai Branly di Parigi, la Fondation Blachère; lo Zeitz Mocaa (Museum of Contemporary Arts) di Cape Town. Nel 2014, Choumali ha vinto il premio CapPrize e il premio LensCulture per i fotografi emergenti. In Sudafrica nel 2016 è stata insignita del Magnum Foundation Emergency Grant e del Fourthwall Books Award. Nel 2017 ha esposto la serie Translation and Adorn al padiglione della Costa d’Avorio, alla 57a Biennale di Venezia.

Shahidul Alam, nato in Bangladesh nel 1955, residente a Dacca Serie Still She Smiles, 2014 Fotografo, scrittore, curatore e attivista per i diritti umani, Shahidul Alam ha conseguito un dottorato in Chimica presso l’Università di Londra prima di dedicarsi alla fotografia. Tornato a Dacca, sua città natale, nel 1984, ha documentato la battaglia democratica per la rimozione del Generale Ershad. Alam ha ricoperto la carica di Presidente della Bangladesh Photographic Society per tre mandati e ha fondato la Drik Gallery, il Bangladesh Photographic Institute, il festival Chobi Mela, l’agenzia Majority World e il Pathshala South Asian Media Institute. Le sue opere sono state esposte al MoMA di New York, al Centre Georges Pompidou di Parigi, alla Royal Albert Hall di Londra, al Tate Modern Museum di Londra e al Museum of Contemporary Arts di Tehran. È stato guest curator presso la Whitechapel Gallery di Londra, il Fotomuseum Wintherthur in Svizzera, la Galleria d’arte nazionale in Malesia, il Musée du quai Branly di Parigi, la Biennale di Bruxelles e il Festival di fotografia di Auckland. Ha ottenuto riconoscimenti quali il Shilpakala Padak, la più prestigiosa onorificenza per gli artisti del Bangladesh. Nel 2018 ha ricevuto il Lucie Foundation Award e nel 2019 il premio ICP. La sua mostra Best Years of my Life è stata la principale esposizione presentata al Global Forum on Migration and Development del 2017, a Berlino.

La sua mostra “Embracing the Other” contro l’islamofobia e l’estremismo è stata presentata a spettatori di livello internazionale alla moschea di Bait Ur Rouf nel 2018. Margaret Courtney-Clarke, nata nel 1949 in Namibia, residente a Swakopmund Serie Cry Sadness into the Coming Rain, 2014−2018 Dopo aver studiato arte e fotografia in Sudafrica Margaret Courtney-Clarke ha trascorso i successivi quarant’anni lavorando come fotografa in Italia, negli USA e nell’intero continente africano. Courtney-Clarke inizia la propria carriera lavorando per il fotografo e regista italiano Pasquale De Antonis, fotografando opere d’arte, di architettura e antichità, per poi iniziare a viaggiare come fotografa freelance accettare incarichi di fotoreporter in Europa e in Africa, negli anni ’70 e ’80. Nel 1979 viene dichiarata “persona non grata” in base alle leggi dell’apartheid e rinuncia alla cittadinanza sudafricana. In seguito, torna nell’Africa sudoccidentale sotto l’egida delle Nazioni Unite e chiede la cittadinanza namibiana. Nel corso della sua carriera, Courtney-Clarke segue alcuni progetti personali in Africa mirati a documentare l’identità femminile. Il corpus fotografico Cry Sadness into the Coming Rain (2014–2018) segna una nuova fase del lavoro di Courtney-Clarke, testimonia il ritorno dell’artista in Namibia e il suo impegno verso il suo popolo e la crisi del suo paesaggio. Evidenziano il suo forte interesse per le imprese e i fallimenti umani e per un ambiente intriso di elementi dell’Apartheid e di speranza.

Le opere dell’autrice sono state oggetto di oltre 200 mostre in tutto il mondo. Rena Effendi, nata nel 1977 in Azerbaijan, residente a Istanbul Serie Transylvania: Built on Grass, 2012 Rena Effendi ha studiato lingue. I suoi primi lavori sono incentrati sugli effetti dell’industria petrolifera sulla vita delle persone nella regione. Per sei anni ha seguito i 1700 km di oleodotto che attraversano Georgia e Turchia raccogliendo testimonianze lungo la strada. Questo lavoro è stato pubblicato nel 2009 nel suo primo volume, Pipe Dreams: A Chronicle of Lives along the Pipeline. Le opere di Effendi sono state esposte presso istituzioni a livello mondiale, tra cui la Saatchi Gallery di Londra, l’Istanbul Modern, la Biennale di Venezia e il MoMA di New York. Le collezioni permanenti dell’Istanbul Modern, l’Open Society Foundations e il Prince Claus Fund comprendono le sue fotografie. Effendi ha ricevuto diversi premi fotografici a livello internazionale. Nel 2011 ha vinto il Prince Claus Fund Award for Culture and Development e nel 2012 si è classificata tra i finalisti del Prix Pictet con la serie Chernobyl: Still Life in the Zone. Nel 2014, Rena Effendi ha ricevuto due World Press Photo per le categorie ‘Observed Portraits’. Ha inoltre fatto parte della giuria di prestigiosi concorsi fotografici quali il World Press Photo e i Sony World Photography Awards. Effendi ha lavorato nei comitati editoriali di National Geographic, The New York Times, Vogue, Marie Claire, The New Yorker, GEO, The Daily Telegraph, Newsweek, Time, The Sunday Times, New York Magazine e molte altre riviste. Lucas Foglia, nato nel 1983 negli Stati Uniti d’America, residente a San Francisco Serie Human Nature, 2006−2019 Lucas Foglia è cresciuto in una fattoria di New York e attualmente vive a San Francisco. Il suo terzo volume, Human Nature, è stato recentemente pubblicato da Nazraeli Press.

Le stampe di Foglia sono parte di collezioni di grande rilievo, tra cui quelle del Denver Art Museum, del Foam Fotografiemuseum di Amsterdam, dell’International Center of Photography di New York, del Museum of Fine Arts di Houston, del Philadelphia Museum of Art, del San Francisco Museum of Modern Art e del Victoria and Albert Museum di Londra. Janelle Lynch, nata nel 1969 negli Stati Uniti d’America, residente a New York Serie Another Way of Looking at Love, 2015−2018 Janelle Lynch è una fotografa americana che realizza fotografie di formato grande. Nella sua ventennale carriera ha studiato i temi dell’assenza, della presenza, della trascendenza e del ciclo della vita attraverso i paesaggi e i corsi d’acqua di Stati Uniti, Messico e Spagna. Lynch ha conseguito il Master of Fine Arts in Fotografia presso la School of Visual Arts, dove ha studiato con Joel Sternfeld e Stephen Shore. Nel 2003 ha completato la Master Class di Fotografia. Dal 2015 al 2018, Lynch ha studiato disegno e pittura percettivi con Graham Nickson alla New York Studio School of Drawing, Painting & Sculpture. Le sue fotografie fanno parte delle collezioni di musei quali il Metropolitan Museum of Art di New York, il Museum of the City of New York, la New York Public Library, il Brooklyn Museum, il George Eastman Museum e la New-York Historical Society. Ha pubblicato tre monografie e i suoi lavori sono stati esposti in tutto il mondo, ad esempio al Museo Archivo de la Fotografía (Città del Messico), al Southeast Museum of Photography (Daytona Beach), al Newark Museum, al Frankfurt Forum Fotografie e al Festival International de Mode et de Photographie à Hyères. Il suo lavoro è apparso su pubblicazioni internazionali e Lynch è docente presso l’International Center of Photography e spesso opera anche come guest lecturer. Ross McDonnell, nato nel 1979 in Irlanda, residente a New York Series Limbs, 2012 Ross McDonnell è un regista e fotografo di Dublino (Irlanda).

Il suo lavoro consiste in progetti documentari a lungo termine focalizzati sui temi della sostenibilità, della guerra, della migrazione e dell’ecologia. Il suo primo film, Colony, pluripremiato, è uno studio sul drammatico declino delle popolazioni di api mellifere negli Stati Uniti e del conseguente impatto sull’agricoltura. Le sue pellicole successive si concentrano sui conflitti in Messico e Afghanistan e sulle case popolari di Dublino, sua città natale. Il suo ultimo film, Elián, prodotto per CNN Films, BBC e Amazon, nel 2018 ha ricevuto una nomination per il News and Documentary EMMY Award. I lavori fotografici di Ross sono esposti e pubblicati in tutto il mondo. Ross collabora regolarmente con Time, The New York Times e The Sunday Times. Gideon Mendel, nato nel 1959 in Sudafrica, residente a Londra Serie Damage: A Testament of Faded Memory, 2016 Gideon Mendel studia psicologia e storia africana all’Università di Cape Town. Inizia a dedicarsi alla fotografia negli anni ’80, negli ultimi anni dell’apartheid, ed è proprio il suo impegno come “fotografo di lotta” di questo periodo ad attirare per la prima volta l’attenzione globale sul suo lavoro. Trasferitosi a Londra nei primi anni ’90, Mendel continua ad approfondire i problemi della società globale focalizzandosi sull’HIV/AIDS, che colpisce l’Africa ma che negli ultimi 20 anni si è diffuso a livello mondiale. I primi lavori di Mendel in Sudafrica sono stati protagonisti del tour espositivo Rise and Fall of Apartheid, curato da Okwui Enwezor.

Il suo ultimo progetto, intitolato Dzhangal, rappresenta una risposta “anti-fotografica” al problema globale dei rifugiati ed è stato esposto alla galleria Autograph di Londra e l’omonimo libro è stato pubblicato da GOSTBooks. Dal 2007 Mendel lavora a Drowning World, un progetto artistico e di sensibilizzazione di lungo periodo incentrato su inondazioni che rappresenta una risposta personale al cambiamento climatico, che è stato oggetto di una mostra personale in diverse gallerie e installazioni pubbliche in tutto il mondo, tra cui il festival Les Rencontres d’Arles nell’omonima città francese. Mendel ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, il W. Eugene Smith Award for Humanistic Photography, sei premi World Press Photo, il primo premio del Pictures of the Year competition, un POY Canon Photo Essayist Award, e l’Amnesty International Media Award per il fotogiornalismo. Nel 2015 è stato finalista del ciclo Disorder del Prix Pictet con Drowning World. Nel 2016 ha vinto il Pollock Prize for Creativity della Pollock-Krasner Foundation e il Premio della giuria del Greenpeace Photo Award. Ivor Prickett, Nato nel 1983 in Irlanda, residente tra Europa e Medio Oriente Serie End of the Caliphate, 2017−2018 Realizzato in collaborazione esclusiva con il New York Times, l’ultimo lavoro di Ivor Prickett è incentrato sul conflitto contro l’ISIS in Iraq e Siria. Il fotografo ha trascorso mesi sul campo per poter riportare parole e immagini. Nel 2018, il suo lavoro in Iraq e Siria gli è valso il primo premio nella categoria General News Stories del World Press Photo e la nomina a finalista per la categoria Breaking News Photography del Pulitzer. Nel 2019 la casa editrice tedesca Steidl ha pubblicato l’opera omnia di Prickett, con il titolo End of the Caliphate.

Stabilitosi nella regione nel 2009, Prickett ha documentato le rivolte della Primavera araba in Egitto e in Libia, lavorando contemporaneamente a propri progetti a lungo termine e a diversi incarichi editoriali. Viaggiando in più di dieci Paesi, tra il 2012 e il 2015 Prickett ha documentato la crisi dei rifugiati siriani nella regione e in Europa, lavorando in stretta collaborazione con l’UNHCR per la realizzazione del corpus Seeking Shelter. Le opere di Prickett gli sono valse diversi prestigiosi riconoscimenti, tra i quali il World Press Photo, il premio Pulitzer, l’Overseas Press Club Awards, Pictures of the Year International, Foam Talent, il premio Taylor Wessing per la fotografia di ritratto e la borsa di studio The Ian Parry Scholarship. Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre presso istituzioni come il Foam di Amsterdam e la National Portrait Gallery di Londra.

È Ambassador di Canon Europe e ha conseguito la laurea in fotografia documentaria presso l’Università del Galles a Newport. Robin Rhode, nato nel 1976 in Sudafrica, residente a Berlino Serie Principle of Hope, 2017 Questo artista multidisciplinare di Berlino è impegnato in una varietà di linguaggi visivi quali la fotografia, le arti performative, il disegno e la scultura, allo scopo di creare racconti incredibilmente belli cui egli dà vita con materiali quotidiani quali sapone, carboncino, gesso e pittura. Cresciuto nel Sudafrica post-apartheid, Rhode è stato esposto a nuove forme di espressione creativa motivate dallo spirito del singolo individuo anziché dettate da programmi politici o sociali. La crescente influenza della musica urbana, del cinema e dello sport popolare sulla cultura giovanile, insieme al legame della comunità con la narrazione sotto forma di murales colorati, ha incoraggiato lo sviluppo, da parte di Rhode, di un’estetica ibrida ispirata dalla strada. Rhode ha esposto i propri lavori in mostre personali e collettive in numerosi importanti musei di tutto il mondo, quali l’Haus Konstruktiv di Zurigo (Svizzera), l’Haus der Kunst di Monaco (Germania), il Los Angeles County Museum of Art (Los Angeles), il MoMA di New York (USA), la National Gallery of Victoria di Melbourne (Australia); l’Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart di Berlino (Germania), il Centre Pompidou di Parigi (Francia), il Wexner Center for the Arts di Columbus, Ohaio (USA), la Hayward Gallery di Londra (Regno Unito).

Ha inoltre partecipato alla 51ma Biennale internazionale di Venezia (Italia), alla Biennale di Sydney (Australia) e alla Biennale di New Orleans (USA). Le sue fotografie fanno parte delle collezioni pubbliche del Centre Pompidou di Parigi (Francia), della Julia Stoschek Collection di Düsseldorf (Germania), della Fondation Louis Vuitton di Parigi (Francia), della National Gallery of Victoria di Melbourne (Australia), del Solomon R. Guggenheim Museum di New York (USA), del MoMA di New York (USA) e del Walker Art Center di Minneapolis (USA). Awoiska van der Molen, nata nel 1972 nei Paesi Bassi, residente ad Amsterdam Serie Am schwarzen Himmelsrund, 2010−2018 Awoiska van der Molen è un’artista olandese che esprime la propria arte con la fotografia. Ha studiato architettura e design, e successivamente fotografia, presso la Minerva Art Academy di Groningen (Paesi Bassi). Nel 2003 ha conseguito il Master in Fine Arts in Fotografia alla St Joost Academy di Breda (Paesi Bassi). Nel 2017 si è classificata tra i finalisti del Deutsche Börse Photography Foundation Prize grazie alla sua mostra Blanco, e ha inoltre ricevuto il Larry Sultan Photography Award, a San Francisco. È stata insignita del Japanese Hariban Award nel 2014 e nel 2011 si è classificata tra i finalisti del Festival international de mode et de photographie di Hyeres (Francia).

La sua prima monografia, Sequester, è stata candidata al Paris Photo–Aperture First Book Prize nel 2014, e nel 2015 è stata premiata con la medaglia d’argento di Leipzig per il “Best Books from All Over The World”. Le sue opere sono state oggetto di mostre personali al Museo Kranenburgh di Bergen, Olanda (2019), al Foam Fotografiemuseum di Amsterdam (2016) e al Kousei-In di Kyoto (2015). Van der Molen ha partecipato a numerose mostre collettive, tra cui ricordiamo in particolare quella del festival Les Rencontres de la photographie d’Arles, Francia (2019), e quelle al Pier 24 Photography di San Francisco (2017), al Museo Victoria and Albert di Londra (2017), a The Photographers’ Gallery di Londra (2017), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2016), al FoMu, Anversa (2015) e allo Huis Marseille Museum di Amsterdam (2013). Le sue opere sono rappresentate nelle collezioni dei musei di tutto il mondo, tra cui il Pier 24 Photography di San Francisco, il Victoria and Albert di Londra, lo Stedelijk di Amsterdam, il Museum of Photography di Seoul, il Fotomuseum dell’Aja, lo Huis Marseille Museum di Amsterdam e il Foam di Amsterdam.

Alexia Webster, Nata nel 1979 in Sudafrica, residente a New York Serie Street Studios, 2011−2018 Alexia Webster è una fotografa e artista visiva sudafricana il cui lavoro esplora i concetti di intimità, famiglia e identità in tutto il continente africano e non solo. È stata insignita dell’Artraker Award for Art in Conflict, del CAP Prize for Contemporary African Photography e si è aggiudicata la borsa di studio Frank Arisman presso l’International Center of Photography di Fotografia di New York. I suoi scatti sono stati oggetto di mostre in Sudafrica, Nigeria, Stati Uniti, Europa, Isola di Réunion e India, e riprodotti in numerose pubblicazioni di livello internazionale. Recentemente, Webster si è recata a Tijuana, Messico, con una borsa di studio dell’International Media Foundation.

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